Ma che vento c’è a Skagen? Siamo sulla punta più a Nord di Danimarca #BmwStories

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Se decidete di partire e venire fin quassù ricordatevi di non commettere il mio errore: mi illudevo che il sole fosse diverso dal nostro, che la sua potenza fosse flebile e che insomma non mi sarei mai bruciata, figurati. Così non ho portato la crema solare protezione 50 e oltre che viaggia sempre con me. Risultato: ho la faccia abbrustolita e assomiglio alla zia di un pescatore di balenottere. Maledizione.

La luce bianca perennemente puntata sulle 12.30 fino almeno alle 10 di sera mi ha stancato. Non perché non riesca a dormire bene, anzi. È che ti impone inconsciamente di essere super attiva e quindi ti dimentichi che, forse, alle 20 e con due bambini sarebbe il caso di organizzarsi per la cena.

Comunque. Abbiamo percorso 225 km in totale comfort sulla nostra BMW Gran Tourer #BMWStories che è automatica e neanche te ne accorgi che stai guidando. Cioè, è come se macinare centinaia di chilometri al giorno fosse la cosa più normale del mondo e anche piuttosto rilassante. Soprattutto mi sono resa conto che viaggiare con un navigatore che ti guida è: riposante, corroborante e ti fa immaginare un pianeta meraviglioso in cui tutti si vogliono bene e se ne vanno in giro con il sorriso stampato sulla faccia.

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Per dire. Non abbiamo neanche litigato su quale fosse l’opzione migliore per arrivare a Skagen, semplicemente ci siamo affidati a Miss BMW Parlante. Quindi, eccoci nel paesino che segna sulla mappa la fine della Danimarca. Le case sono tutte dipinte di giallo, i tetti sono rossi e lo stroget è pieno di danesi in vacanza dalla vita. Più o meno. Esci dall’auto e l’odore dello stoccafisso ti si appiccica alle narici: incredibile, mai provato qualcosa del genere. Tutto sa di mare, pesce e gabbiani. E la B è entusiasta della camera che ci hanno assegnato: una gigantesca mansarda in bianco e nero sui tetti di Skagen con la stella di David alle finestre. Probabilmente, un’ex sinagoga eretta proprio davanti alla stazione dei treni e che oggi si chiama Foldens Hotel 2.

Da qui Grenen, la punta più a Nord di Danimarca, dista una decina di chilometri. Parcheggi e poi ti fai altri 2 chilometri a piedi tra le dune d’erba e rose selvatiche. Noi, invece, ci siamo concessi il lusso di salire sullo Sandormen (25 corone gli adulti, 15 i bambini dai 4 anni in su), un bus trainato da un trattore che ti porta sulla spiaggia dove i due mari si abbracciano. Anzi, si scontrano. Infatti è vietato fare il bagno: le correnti sono così violente che rischi di lasciarci le penne.

Ma poi, indipendentemente dalla temperatura e dalla stagione, ti togli scarpe & calze e corri lungo la lingua di sabbia di neanche un metro dove i flutti del Mare del Nord e del Mar Baltico si annullano e si fondono. E sono perlopiù i bambini del Nord, rigorosamente in mutande, ad avventurarsi tra i cavalloni. Noi ci siamo limitati a immergere i piedi nudi proprio nel punto in cui l’acqua è più frizzante. Non mi sembrava neanche vero, di non soffrire affatto il freddo.

 

Mi sono ispirata alla disinvoltura con cui una famiglia scandinava con 5 figli mezzi nudi e 4 husky si faceva fotografare dal papà in bermuda. E alla fine abbiamo trovato un granchio, un nuovo Trollbeads (si chiama Sabbia Marina e dalla foto intuite perché) e tutto l’amore che ci vuole per proseguire verso Capo Nord.

PS: però io ho già una linea di febbre e ho inaugurato il piumino, evviva.

 

Aarhus e il suo Trollbeads

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Momento Trollbeads. All’inizio le ragazze consigliavano un bead di vetro di Murano colorato che tra le sue piccole onde d’arancio suggeriva un fiume,  quello su cui si affaccia Aarhus.

Ma a me convinceva di più la moneta dei Troll perché unisce davvero milioni di persone nella stessa passione per questi magnifici ciondoli disegnati a mano uno per uno. E non solo perché avevo letto che questa era, appunto, la città numero 1 dello shopping scandinavo. Quindi una moneta mi pareva la scelta più appropriata.

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In realtà mi ha convinto il cuore stampato sull’altra faccia della monetina d’argento. Perché io amo il Grande Nord e questo viaggio, in teoria, dovrebbe essere un abbraccio lungo 23 giorni. Siamo al terzo, ora. Vero Berenice?

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Aarhus? La città della cultura 2017

Prima osservazione. Qualcuno dovrebbe spiegarmi per benino come vanno davvero certe cose in Europa: Aarhus sarà la città della cultura 2017 e mi domando perché. Ok, è la seconda di Danimarca con 325mila abitanti (di cui 60mila solo studenti) e l’ente del turismo strilla sui depliant che è pure la prima meta dello shopping in Scandinavia. Ciò significa che fanno assai bene il loro lavoro visto che questa è solo una graziosa cittadina sul mare con una cattedrale di mattoncini bruni (con la navata più lunga del Paese, secondo Lonely Planet: 100 metri) e una fontana a spirali dentro cui i bambini tuffano piedi, mani e qualunque cosa assomigli a una nave.

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Comunque. Il tema grazie al quale alla fine del prossimo anno troverete una moltitutine di articoli su Aarhus sui nostri giornali è il seguente: “rethink”, cioè ripensare il modo in cui viviamo, quindi sperimentare, provare insomma altre strade.

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Secondo. Lo stroget, la via dello struscio, non è granchè quindi abbiamo seguito il corso del fiume, una specie di naviglio ma pieno di verde, zero zanzare e un sacco di giovani in canottiera e famiglie al sole. E  proprio lì abbiamo trovato un  mercatino di abiti & giocattoli usati con un’atmosfera a metà tra Camden e la piazza dei fiori di Amsterdam e hipster pronti a venderti qualunque cosa dalle corna di piccoli cervi fatti fuori in gita con papà alla la ruspa di quando avevano 3 anni e mezzo o giù di lì. Che è quello che ho sempre voluto fare io: svuotare l’armadio e la stanza dei bambini, scendere al parco e vendere tutto. Invece.

Dopodiché siamo entrati a Den Gamle By, che sarebbe la città vecchia e invece è un parco giochi per adulti in cui ogni casetta colorata replica quelle del glorioso passato danese. Quindi schiacci review e ti ritrovi in un Luna park dell’800, uno di quelli in cui andava Hans Christian Andersen a cercare ispirazione: vedi altalene a forma di barchetta, calcinculo di latta, bowling di legno e giovani riccioluti col cilindro da prestiguatore. E, un po’ più in là, le famigliole danesi che fanno pic-nic pantagruelici. Sì, perché da quel che sto capendo qui ogni occasione è buona per tirarsi dietro il solito carretto di legno zeppo di cibi, birre e borse frigo di design.

E poi si entra nel Novecento con le prime pompe di benzina e i telefoni del ’27. Altra data fondamentale, il 1974: quindi hanno ricreato una comune, ma anche una famiglia tipo di quattro e una donna single. Giuro. Eh, sono molto didascalici.

La terza questione su cui ho riflettuto per tutta la giornata è la seguente: qui appena fai un figlio e superi i 30 anni ti lasci crescere i capelli bianchi come fosse la cosa più normale del mondo. Il che può avere due significati opposti: la definitiva liberazione delle donne (soprattutto le more) dalla schiavitù della tinta, quindi dal cliché che ci vuole tutte belle, perfette e sorridenti fino alla fine dei nostri giorni; oppure la resa al passare del tempo e alle nostre aspettative come se sposarsi, ma soprattutto diventare madre, le mettesse al riparo da qualunque altro desiderio. Per la serie, tanto vale rassegnarsi.

E mentre stavo pensando che a me non accadrà mai ci siamo ritrovati nel mezzo di un’opera lirica nel parco, proprio davanti al museo d’arte contemporanea Aros. Quindi i bambini si sono messi a giocare con un aereo/balena, una coppia di cinquantenni si è accomodata sul prato e ha aperto il cestino del pic nic (!) e io mi sono fatta una Tuborg. Tanto vale vivere.

 

Come si fa a essere uno spirito libero?

   
  
 

Momento Trollbeads. Oggi secondo bead. Lo hanno chiamato Spirito libero ed è un fiabesco incrocio tra Peter Pan e un troll con le pantofole da elfo. Carrie di Sex & The City nella sua rubrica si sarebbe chiesta: come fa una donna a sentirsi libera con due figli, un lavoro, un blog, un trasloco appena finito e una quindicina di scatole ancora da aprire? Io non lo so, ma ci sto provando. Come? Io credo ancora nel potere invincibile dell’immaginazione. E, soprattutto, nel coraggio di andare avanti. Tutti i giorni. Come se ognuno di questi fosse davvero l’ultimo. Funziona, neh.

Mai stata a Legoland?

   
    
 Quattro anni agiscono come una spugna sulla memoria di un’ottenne: cancellato ogni ricordo di Legoland, per la Berenice questa è la prima volta che ci viene e che soddisfazione. Però almeno non piove come nel 2011 e neanche soffia il vento. 

   
    
 È primavera, quassù, e i danesi ci vengono per fare il pic-nic. Si trascinano dietro una specie di casetta, in tessuto tecnico o legno, e la riempiono di borse frigo, panini coi würstel (un biondo è uscito dalla sua Volvo con un cabaret di sandwich e ce ne ha offerto una mezza dozzina caldi: “Li ha fatti la mia mamma”), aranciate, marmellate, pane fresco e una montagna di birre.

Se ne vanno in giro conciati come se dovessero scappare da un’invasione di alieni da un momento all’altro. Nel senso che ogni famiglia è composta almeno da due adulti e tre baby (ma grandi il doppio dei nostri, giuro: vedi Tristan, 2 anni, tifoso di Balotelli) e con sé hanno tutti una specie di valigia con le rotelle e passeggini giganteschi. L’organizzazione danese ci fa un baffo, altro che.

I mattoncini riescono a replicare qualunque cosa/animale/città. Si comincia con una mini Danimarca, of course. E poi montagne russe, camioncini dei pompieri, navi dei pirati e castelli infestati di fantasmi a forma di Lego. Già

   

E comunque qui nevica

 A Billund c’è un posto pieno d’acqua, neve e ghiaccio e se non ti va di bere cloro a gogo giù per il Wild River, rischiando di rimanere schiacciata sotto il peso incredibile di una vichinga sui 35 e rotti, puoi sempre sciare. O imparare a farlo: dietro alle palme hanno tirato su il Winter Park, oh yes.  Altrimenti, se a Lalandia vieni per il parco acquatico, ti regalano l’ingresso alla pista di pattinaggio sul ghiaccio. Solo che poi devi trovare il coraggio di metterci piede in canottiera e shorts, considerato che qui è estate e non ti porti dietro il piumino.   
    
    

Quindi grazie Thor: ad agosto nevica, le stalattiti in plexiglas fanno scena e i bambini sono felici. Soprattutto la B che per la prima volta in vita sua ha detto: “Grazie per avermi portato qui, è bellissimo, ti voglio bene mamma”. Questo mentre saltava come una molla sul tappeto elastico alle dieci di sera. E là fuori il sole splendeva.  

Partenza, via: con Trollbeads è ancora meglio

 Sì, la nuova casa le è piaciuta. Soprattutto l’altalena in camera.  

Poi la Berenice è salita sul soppalco e ha trovato una montagna di regali, incluse le sneaker d’argento di Ecco.
  

Quindi abbiamo celebrato il suo ottavo compleanno con un giorno d’anticipo: come accade ogni estate i festeggiamenti dureranno qualche mese.

  
    
  

Ora siamo all’aeroporto di Bergamo in attesa del volo per Billund ed entrambe indossiamo scarpe d’argento di Ecco, di quelle disegnate apposta per camminare sulle nuvole.

  

Argento anche per i nostri bracciali Trollbeads: “Non arrugginiscono, vero?”, si è assicurata la B. Appena ha visto il cuore di cristallo di Frozen ha deciso: “Il primo bead è questo: si sa che chi fa la principessa delle nevi, alla fine, è buona. Un po’ come noi, giusto?”. Chissà che ne pensa il signor Trollbeads.
   

Un amore di bracciale: voilà. E gloriosi auguri Berenice.

La neve ad agosto: per te, amore mio

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La cosa più incredibile, da quando mi travesto da blogger, è che ormai mi hanno preso per un’Italiana che vive in Danimarca o in Norvegia. Quindi i fanatici della Scandinavia mi scrivono per chiedermi nuovi libri con cui alimentare la propria ossessione nordica. L’altro giorno, poi, tale Marcus Olson mi ha cercato in chat e mi sono detta: «Svegli questi Svedesi. Scrivo un post su quanto siano fighi e tac, non solo lo capiscono, ma mi contattano pure». E mentre sto per congrantularmi con la mia nuova giovane me stessa e la sua perfetta tattica di persuasione/acchiappo del lettore internettiamo cosa scopro? Primo che è “solo” un amico di Sara e, secondo, che fa lo chef. A Seattle, tra l’altro, e quindi non ci scappa non dico una cena, ma neanche una fetta di burro con una striscia di salmone sopra per aperitivo.

Tanto vale dedicarsi agli ultimi preparativi, va. Domani parto per Billund, Danimarca, con due bambini, un uomo e soltanto un trolley in quattro: alè. È per questo che il resto del tempo l’ho dedicato al welcome back della Berenice. Su un sito di mamme molto creative e con l’hobby del fai-da-te-ma-lo-condivido-con-tutti-vi-amo ho trovato il solito set di decorazioni a tema Frozen: ma va?

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Quindi ho scaricato e stampato tutto e a un certo piunto mi sono messa a ritagliare una mezza dozzina di fiocchi di neve. Supplicando il dio Thor di far nevicare a Capo Nord: ad agosto non l’ho mai visto, ti prego, ti prego, ti prego. La mia bis-nonna Ester ricordava che un’estate, in provincia di Alessandria, era successo. Per questo il 5 agosto si celebra la Madonna della Neve a Novi Ligure, diceva lei. E tutte le volte che me lo raccontava, da piccola, io me la immaginavo passeggiare per via Girardengo avvolta in un incredibile mantello di pelliccia bianca e in sandali color cuoio. Sono state prima lei e sua figlia Teresa poi, la mia nonna, a trasmettermi tutte le notizie un po’ magiche e anche un po’ assurde sul Polo Nord che, secondo loro, era abitato da orsi bianchi, ma anche giraffe e scimmie e favolose farfalle tutte colorate e musicali. Comunque in ogni storia c’erano montagne di ghiaccio e arche di Noè e la protagonista indossava con disinvoltura stole, cappelli, cappotti e deliziose mantelline di visone/volpe/ermellino.

Sarà per questo che io questo Nord me lo immagino come un posto fantastico. Quindi, nevicherà sicuramente, amore mio.

 

Quasi quasi mi trasferisco a Bergen

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Trondheim

E niente, le valigie sono partite con la bacchetta magica blu di Bmw. I bamboli tornano domani dall’esilio tra Piemonte e Liguria e oggi mi si è rotta la bici. Però non è ancora arrivata la maledetta lettera che potrebbe cambiare il destino a tutti: evviva. Ciò nonostante, mi sto attrezzando per valutare da quale paese del mondo, eventually, potrei ricominciare da zero.

Oggi ho due notizie di un certo rilievo. La prima. Ho scoperto che un’amica di vent’anni (o giù di lì) va pazza per i Dilf: «Sì, quelli con il bebè in braccio soprattutto. Non so perché ma io li guardo e mi eccito». Anche se non è questo il punto vero. E siamo alla seconda news. Lei, l’appassionata di papà-col-baby-addosso, ha a sua volta un’amica che ha trovato un principe azzurro norvegese e che si è trasferita laggiù e Maria Vergine quanto ci vive bene. Solo che il marito è Mister-Hotel-Per-Famiglie-Di-Norvegia e così siamo capaci tutte, dài. Lei assicura che è vero amore, infatti hanno due figlie coi capelli d’oro e gli occhi chiari. Epperò il tempo fa schifo, piove e ci sono 15 gradi.

Vediamo. La CNN ha appena mandato on line un servizio in cui certifica che due tra le dieci città al mondo in cui si vivrà meglio da qui a 10 anni stanno in Norvegia.

Ho controllato e ci sto facendo un pensierino. La prima è Bergen e proprio qui i disegnatori Disney hanno piazzato il Regno di Arendelle, quello di Elsa & Anna. Quindi: casette colorate di legno, gente bionda che mangia salmone e fette di balena, troll disegnati un po’ dappertutto. In più è l’hub per l’industria energetica e navale e si fa ricerca marina.

L’altra è Trondheim, ed è altrettanto graziosa. È la più moderna del Regno e proprio qui negli anni ’80 si sviluppo’ la tecnologia GSM, oggi hanno sede 550 start up e chissà che freddo fa.

meraviglie norvegesi

Che poi è difficile decidersi, eh. Proprio perché questi son tutti posti magnifici, a giudicare dalle foto. Buzzfeed si è infatti inventato l’espressione “geography porn” proprio per definire l’incanto e la meraviglia che un qualunque lembo di terra norvegese è in grado di generare. Allego immagini, neh.

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Devo anche capire se i babies sarebbero d’accordo. Soprattutto la B. Già odia l’inglese, figurati il norvegese. Devo scrivere alla principessa di cui sopra, magari al castello hanno bisogno di una governante/blogger. Eh, da qualche parte si dovrà pur cominciare.