E poi sei al Circolo Polare Artico #BmwStories

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Ci siamo capitati intorno alle 11 di mattina e ci saranno stati oltre 22 gradi: quindi mi sono tolta il piumino e sono rimasta in felpa. Gesto che fa una certa impressione se hai i piedi appoggiati sulla linea che segna il Circolo Polare Artico. È posto lungo il parallelo a 66°33’39” di latitudine nord e attraversa Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti cioè Alaska, Canada, Groenlandia, Islanda. E non c’è praticamente niente, a parte un’astronave rossa che assomiglia a un palazzetto dello sport degli anni Ottanta. È il negozio che vende t-shirt, felpe, tazze, magneti, segnalibri e adesivi souvenir con su scritto «Ho attaversato il Circolo Polare Artico».

Dopodiché c’è una collina costellata di pietre che i turisti hanno trasformato in piccole sculture, abitudine tipicamente norvegese. Infatti, queste torri fatte di pietre poste una sopra all’altra, le trovi in qualunque punto panoramico del paese: la prima volta che le abbiamo viste c’era una donna sui sessanta che ne costruiva un paio e la Berenice è convinta che vaghi per la Scandinavia a decorare spiagge e montagne. «Guarda, la signora è venuta anche qui. Ma pensa». Ogni tanto mi scappa da ridere. Però poi taccio.

 

Perché gli Italiani amano le Lofoten

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Li trovi ovunque, ma qui alle Lofoten gli Italiani che incontri sono (un po’) speciali. Tutti hanno una storia da raccontare, non si agganciano alla vita il marsupio, sono vestiti da trekking. E hanno gli occhi che sorridono. Per forza. Quando arrivi qui hai la netta percezione di essere in un luogo stupefacente, di quelli che ti possono addirittura cambiare la vita. O il tuo punto di vista sulla vita. Quindi il futuro.

Siamo oltre il Circolo Polare Artico e l’estate dura, se va bene, tre mesi scarsi. Sono quattro le isole principali aggrappate una all’altra da piccoli ponti ad arco: 140 chilometri appena divisi tra Austvågøy, Vestvågøy, Flakstadøya e Moskenesøya e abitati da 24mila persone. D’estate la luce è così intensa che fino alle dieci di sera si gira con gli occhiali da sole. Arrivi con il ferry e vedi montagne imperiose spuntare dal mare, con la nebbiolina che ricama di mistero i pendii. Qualcuno dice che assomigliano a un drago disteso tra i flutti dell’Artico, io le ho inserite all’istante nella mia top list insieme ad Australia, Thailandia e Seychelles.

5 motivi per andare alle Lofoten

1 Perché svegliarsi in una rorbu è un’esperienza metafisica
Le rorbu erano i ricoveri dei pescatori di merluzzo: sono le tipiche casette rosse che vedete nelle foto delle Lofoten, delle specie di palafitte di legno con le fondamenta sugli scogli dell’artico. Ora le hanno trasformate in appartamenti e le affittano a un centinaio di euro a notte. Ti svegli e dalla finestra della camera vedi le montagne, il verde acqua del mare, i gabbiani e insomma sei felice. Noi siamo stati alle Eliassen Rorbuer a Reine (grazie Elisabeth) e credo che siano tra le più spettacolari che possiate prenotare. In più il cuoco è svedese e ha sposato un’italiana che ha appena avuto una bambina e quindi è super baby friendly. Per dire. A Vittorio ha preparato un piatto di pasta rossa perfetta.

2 Perché sei in Norvegia ma ci sono spiagge caraibiche
Ramberg è come Es Pujols, ma senza il casino d’agosto a Formentera. La sabbia è bianca, soffice e si distende per qualche chilometro. Il mare non è il Mediterraneo, ma la Berenice ci ha fatto il bagno. A volte è deserta, al massimo ci siete voi e un paio d’altre persone. E lo spettacolo della montagna alle vostre spalle è potente. Oppure c’è Utakleiv, definita dal Times la spiaggia più romantica del mondo, sullo Steinsfjorden. Chilometri di splendore, chevelodicoafa’.

3 Perché si pesca come se non ci fosse un domani
Nel senso che se non prendi in mano una canna da pesca dal 1993 qui lo puoi fare e sentirti un vero figo. Capita se paghi il biglietto per la gita al Trollfjord, un fiordo stretto appena cento metri, che navighi a bordo di una barca simile a quella che aveva Braccio di Ferro ma che qui si chiama M/S Orca, per esempio. Noi abbiamo rischiato di non partire, perché se non ci sono almeno 15 persone non se ne fa niente. Comunque. Avremmo voluto vedere almeno un’orca. Invece ci siamo goduti un paio di aquile, uno stormo di gabbiani che volava sulle nostre teste, una zuppa di pesce (leggi sotto) e abbiamo pescato. Nel senso che la barca si è fermata sopra un banco di pesci scemi e noi abbiamo lanciato l’esca e, tac, ne abbiamo tirato su tre. Qui li chiamano salmoni di mare e sono cibo per… volatili. Però è stato bello, dài.

4 Perché qui, finalmente, si mangia bene: prova la balena e poi me lo dici
Sì e non datemi dell’assassina, per carità. Più che la balena di Pinocchio da maggio ad agosto qui pescano delle balenottere comuni che assomigliano alle orche, ma immagino siano più buone. Hanno una carne rossa rossa e secondo noi la consistenza del filetto. Al ristorante non ce n’era più («È finita ieri e se non è fresca noi non la vendiamo»), ma noi l’abbiamo trovata al supermercato: con neanche 6 euro ci siamo portati a casa una bistecca di balena. Abbiamo acceso il fuoco, l’abbiamo piazzata sulla padella e in cinque minuti era pronta. Praticamente l’abbiamo trattata come una fiorentina, ma non sa di pesce bensì di fegato e selvatico. Lovely. Ah, e la  zuppa di pesce, bianca e cremosa e ricca di gamberi, rana pescatrice (monkfish) e soffici patate è da medaglia. E ti salva una cena.

5 Perché non devi scegliere tra mare o montagna
Alle Lofoten hai un po’ di tutto e lo standard è cinematografico. C’è così tanta bellezza da farti stare male. Ma, a parte questo, guidi per un’ora e incontri: spiagge di zucchero, passi alpini, pascoli irlandesi, casette rubate ai fratelli Grimm, scogli alla Phi Phi Island. E montagne disegnate dai giganti. Grazie, Dio.

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6 Perché puoi giocare a fare il vichingo senza essere Nikolaj Coster-Waldau
A Borg hanno scoperto una manciata di reperti vichinghi, quindi hanno eretto un museo impressionante, il Lofotr. E nel 1995 hanno ricostruito la Høvdinghuset, la casa del capotribù vichingo più grande del mondo. Si ispira a quella originale risalente al 500 AC e, intorno, ci hanno organizzato: un festival (il Vikingfestival d’inizio agosto), degustazioni a tema, gare di tiro con l’arca e lancio dell’ascia, gite in barca ed eventi vari in cui trovi biondi barbuti bellocci travestiti da vichingo che assomigliano a Nikolaj Coster-Waldau di Game of Thrones (lo Sterminatore di Re). Non so se mi spiego.

Lofoten 2 che bellezza #Bmwstories

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E comunque è riuscita a fare il bagno anche nel Mar Glaciale Artico. Sì, la Berenice deve avere un qualche antenato vichingo nel suo albero genealogico perché come dice lei: «L’acqua mi chiama». A qualunque temperatura e latitudine, aggiungo io.

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È successo a Ramberg, isole Lofoten, Norvegia, agosto 2015. Per forza. Dietro la montagna abbiamo trovato Formentera in versione nordica. Guardare foto per credere. Un chilometro di sabbia bianca, tipo borotalco. Deserta. A un certo punto c’eravamo solo noi, i gabbiani e il sole incandescente della Scandinavia a tentarci. E noi, ehm, il baby, ha ceduto.

 

Ora, still on the road.

 

 

Lofoten day 1 #Bmwstories

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E quindi siamo arrivati alle Lofoten. L’unica espressione che trovo per definire queste isole impressionanti sopra al Circolo Polare Artico è: speechless, così lo capite bene tutti a qualunque latitudine. Tu le vedi e poi ti commuovi. No, non muori, desideri solo rimanerci per il resto dei tuoi giorni. Magia allo stato primordiale. Fine.

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E questa è la vista dalla nostra rorbu.

Sono ancora in questo stato: stregata dall’incantesimo dei troll. Con i gabbiani che mi strillano nelle orecchie e gli stoccafissi appesi ovunque. Sto poco bene. Sono stordita dalla bellezza di queste isole. Dunque, vi posto un po’ di foto per rendere l’idea. Voilà.

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Vista n°2 dalla sala da pranzo.

 

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Norvegia on the road day 2 #Bmw Stories

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Questa mattina non mi sembrava neanche di stare in Norvegia. La temperatura superava i 25 e l’acqua che ci circondava era di un azzurro/verde così intenso che ricordava addirittura la Thailandia. O il Vietnam quando si traveste da Svizzera. Quindi ero qui, sotto il Circolo Polare Artico, ma avrei potuto essere in un qualunque magnifico posto della terra. E mi sono commossa. Anche la Berenice, per la verità.

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In giro truppe di motociclisti e camperisti tedeschi e italiani spuntano nei luoghi più panoramici del viaggio. Qui i panettoni dai fianchi dolci, ricoperti di monumentali abeti, si alternano a laghi e laghetti, cascate e cime di montagne improvvisamente imbiancate.

Abbiamo provato l’acqua: temevo peggio, in realtà non è così gelida come appare nella sua perfetta limpidezza. Infatti abbiamo beccato un’altra famiglia di biondi che si tuffava nel lago. E, più in là, una coppia di Bologna che gira la Scandinavia da due mesi. Sono appassionati di pesca e hanno riempito il congelatore del camper di sgombri e halibut. Mai incontrata una donna pescatrice così fissata con granchi giganti, trote, balene. Dice che il Nord è ancora meglio, di sbrigarsi a salire che la luce sta finendo.

Quindi, via da qui. Saliamo. E sì, finalmente troviamo la neve. O meglio, quel che rimane della neve. Non resisto. Scendo dalla Bmw Grand Tourer per toccarne un po’. La consistenza è uguale a quella che ricopre le Alpi, ma va? Chissà che cosa mi aspettavo. Vabbè.

E all’improvviso si scende verso Geirangerfjorden, il fiordo censito dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità e ci credo. Dietro a ogni tornante a gomito si scorge acqua, ancora. La strada è stata scolpita nella montagna, in alcuni tratti sostenuta da muri di pietra. Vai giù e ti pare di fare freeclimbing con l’automobile, ciao Trollstigen.

Le fattorie rosse resistono aggrappate ai fianchi dei monti e le cascate hanno nomi che ricordano film degli anni Cinquanta: le Sette Sorelle, il Velo della Sposa, il Pretendente. Finche non arriviamo in un punto in cui potrei morire. Sul precipizio del fiordo verde/blu hanno costruito una piattaforma in bilico sul nulla e la gente si appoggia ai fili metallici che ne delimitano lo spazio, sorridono e si fanno fotografare con le navi da crociera sullo sfondo. Clic, clic, clic.

Ancora un traghetto e siamo ad Ålesund, evviva. È un grazioso paesino intorno al solito porticciolo e molti norvegesi ogni giorno ringraziano l’incendio del 1904 che lo distrusse completamente. Sì, perché poi in due anni appena lo hanno ricostruito in stile Art Nouveau e guarda che bello. Ora. Intanto l’hanno reiterpretata a modo loro e infatti qui si chiama Jugendstil. Secondo. Qualcuno mi deve spiegare perché in ogni angolo trovi una statuetta che ritrae genericamente un fratello e una sorella, un pescatore, una donna che lavora, un uomo con un cappello antipioggia gigante. Veramente.

Anche se il grande interrogativo resta un altro: ma perché non si riesce a mangiare niente di decente, in questo paese? Perché con tutto il pesce che riescono a tirar su dal Mare del Nord e dal Baltico nessuno ha ancora insegnato loro a cucinarlo comme il faut?