Lofoten day 1 #Bmwstories

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E quindi siamo arrivati alle Lofoten. L’unica espressione che trovo per definire queste isole impressionanti sopra al Circolo Polare Artico è: speechless, così lo capite bene tutti a qualunque latitudine. Tu le vedi e poi ti commuovi. No, non muori, desideri solo rimanerci per il resto dei tuoi giorni. Magia allo stato primordiale. Fine.

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E questa è la vista dalla nostra rorbu.

Sono ancora in questo stato: stregata dall’incantesimo dei troll. Con i gabbiani che mi strillano nelle orecchie e gli stoccafissi appesi ovunque. Sto poco bene. Sono stordita dalla bellezza di queste isole. Dunque, vi posto un po’ di foto per rendere l’idea. Voilà.

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Vista n°2 dalla sala da pranzo.

 

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Norvegia on the road day 2 #Bmw Stories

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Questa mattina non mi sembrava neanche di stare in Norvegia. La temperatura superava i 25 e l’acqua che ci circondava era di un azzurro/verde così intenso che ricordava addirittura la Thailandia. O il Vietnam quando si traveste da Svizzera. Quindi ero qui, sotto il Circolo Polare Artico, ma avrei potuto essere in un qualunque magnifico posto della terra. E mi sono commossa. Anche la Berenice, per la verità.

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In giro truppe di motociclisti e camperisti tedeschi e italiani spuntano nei luoghi più panoramici del viaggio. Qui i panettoni dai fianchi dolci, ricoperti di monumentali abeti, si alternano a laghi e laghetti, cascate e cime di montagne improvvisamente imbiancate.

Abbiamo provato l’acqua: temevo peggio, in realtà non è così gelida come appare nella sua perfetta limpidezza. Infatti abbiamo beccato un’altra famiglia di biondi che si tuffava nel lago. E, più in là, una coppia di Bologna che gira la Scandinavia da due mesi. Sono appassionati di pesca e hanno riempito il congelatore del camper di sgombri e halibut. Mai incontrata una donna pescatrice così fissata con granchi giganti, trote, balene. Dice che il Nord è ancora meglio, di sbrigarsi a salire che la luce sta finendo.

Quindi, via da qui. Saliamo. E sì, finalmente troviamo la neve. O meglio, quel che rimane della neve. Non resisto. Scendo dalla Bmw Grand Tourer per toccarne un po’. La consistenza è uguale a quella che ricopre le Alpi, ma va? Chissà che cosa mi aspettavo. Vabbè.

E all’improvviso si scende verso Geirangerfjorden, il fiordo censito dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità e ci credo. Dietro a ogni tornante a gomito si scorge acqua, ancora. La strada è stata scolpita nella montagna, in alcuni tratti sostenuta da muri di pietra. Vai giù e ti pare di fare freeclimbing con l’automobile, ciao Trollstigen.

Le fattorie rosse resistono aggrappate ai fianchi dei monti e le cascate hanno nomi che ricordano film degli anni Cinquanta: le Sette Sorelle, il Velo della Sposa, il Pretendente. Finche non arriviamo in un punto in cui potrei morire. Sul precipizio del fiordo verde/blu hanno costruito una piattaforma in bilico sul nulla e la gente si appoggia ai fili metallici che ne delimitano lo spazio, sorridono e si fanno fotografare con le navi da crociera sullo sfondo. Clic, clic, clic.

Ancora un traghetto e siamo ad Ålesund, evviva. È un grazioso paesino intorno al solito porticciolo e molti norvegesi ogni giorno ringraziano l’incendio del 1904 che lo distrusse completamente. Sì, perché poi in due anni appena lo hanno ricostruito in stile Art Nouveau e guarda che bello. Ora. Intanto l’hanno reiterpretata a modo loro e infatti qui si chiama Jugendstil. Secondo. Qualcuno mi deve spiegare perché in ogni angolo trovi una statuetta che ritrae genericamente un fratello e una sorella, un pescatore, una donna che lavora, un uomo con un cappello antipioggia gigante. Veramente.

Anche se il grande interrogativo resta un altro: ma perché non si riesce a mangiare niente di decente, in questo paese? Perché con tutto il pesce che riescono a tirar su dal Mare del Nord e dal Baltico nessuno ha ancora insegnato loro a cucinarlo comme il faut?

Trollbeads, la neve!

E alla fine, dopo un’estate incandescente in cui l’abbiamo a lungo sognata e otto giorni d’esplorazione, l’abbiamo trovata: la neve ad agosto l’abbiamo vista e toccata lungo la scenografica strada che arriva a Geiranger.

Non pensavamo  fosse possibile arrivarci tanto vicino. Invece, a un certo punto, ci siamo finite dentro quel che restava dell’ultima nevicata. Un fiocco di neve magica (Frozen), un cuore di cristallo (Anna) e il ghiaccio diacronico (Elsa) capace d riflettere qualunque sfumatura di colore: sono questi i Trollbeads che abbiamo aggiunto io e Berenice alle ultime tappe gelate.

In più, la B ha avuto in dono Bimba, un bead di vetro di Murano rosa confetto.

E stamattina si è svegliata con un troll sul cuscino che assomigliava a quelli che avevamo nel giardino. Sorpresa. Ad Ålesund è comparso il bead art nuoveau, invece: le ragazze di Trollbeads hanno fatto un ottimo lavoro perché sono proprio state loro le prime a dirmi di questo paesino norvegese distrutto completamente da un incendio e ricostruito da zero nel 1906. Tutto in stile art nouveau che, da queste parti, si dice Jugend stil.

Norvegia on the road day 1

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Primo giorno on the road in Norvegia. Chilometri da percorrere con la Bmw Grand Tourer  306. Il tempo è incerto, il cielo non riesce a decidersi se scatenare una tempesta sopra di noi o lasciare che il sole continui a baciarci. Nel dubbio, salutiamo Bergen, le sue montagne e i trolls natalizi. Il navigatore ci indica subito la strada più breve, noi scegliamo una piccola deviazione panoramica.

Quindi, mentre gli abeti ci fanno ciao noi ci infiliamo in un dedalo di piccoli tornanti ricamati d’erba così verde da assumere la solita tonalità fosforescente sotto i raggi al neon del sole perennemente sullo zenit. Il fiordo ci mostra tutta la sua disarmante bellezza e poi compaiono le prime cascate d’acqua ghiacciata: evviva.

Ah, abbiamo anche provato il traghetto da Oppedal a Lavik: venti minuti di vento gelido, un caffè potente e gli occhi puntati sul Sognefjord davanti a noi.

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Verso l’una scopriamo il primo lago e un prato dove una famiglia di norvegesi fa camping. Più in là due bambini bianchi bianchi sfidano il gelo e giocano in acqua. Nudi. Un duenne dai capelli rossi emerge dai flutti, attraversa la strada e corre scalzo e senza niente addosso ma molto felice sull’asfalto. Davanti a lui il padre cammina vestito, incurante del baby con la pelle d’oca. Differenze culturali 1 tra noi e loro: ai vichinghi 15 gradi sembrano 30; noi appena la temperatura scende sotto i 20 mettiamo il piumino. Da qui si evince la loro superiorità. Fisica.

Pecore e mucche punteggiano i fianchi delle montagne che si tuffano in una quantità impressionante di acqua: laghi, fiumi, ruscelli, cascate. E l’acqua è così cristallina che le casette rosse vi si specchiano dentro perfettamente, come fossero specchi. Se fossimo in Italia avremmo l’imbarazzo della scelta tra trattorie/baite/bar ricolmi di delikatessen locali. Differenze culturali 2 tra noi e loro: si fa fatica a trovare un caffè, una birra e un piatto caldo. E appena scopri una specie di tavola calda aperta fino alle dieci di sera (gli altri posti chiudono alle 20.30) le ragazze al bancone sono russe, maleducate e cucinano peggio di me e insomma il salmone alla griglia è appena decente. Peccato.

Però il sole continua a splendere e dopo cinque ore di viaggio, un pic nic e centinaia di foto appena arriviamo in hotel a Hornindal la vista è spettacolare.

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Bergen baciata dal sole 

Che qui accade assai raramente: questo è il quinto giorno d’estate, si diceva al bar. Quindi si merita una gallery. Voilà.
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Scatti vari al fish market di Bergen.
  
  
  
  
  
  

La stavkirke di Fantoft ricostruita dopo l’incendio degli anni Novanta. La trovate nel bosco, accanto a un quartiere residenziale. Nessun cartello segnala la sua presenza.

Il negozio di Babbo Natale (con lui vestito in borghese)

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Bergen è uguale a Frozen

Bravi, l’hanno disegnata esattamente come appare: Arendelle è uguale a Bergen e io sono venuta fin quassù per verificarlo. Quindi sì, è vero, i ragazzi della Disney hanno replicato perfettamente dentro Frozen ognuna delle 61 casette di legno del ‘400 che hanno costretto pure l’Unesco a dichiarare questa fiabesca città Patrimonio dell’Umanità. E in uno dei negozietti del porto ho trovato perfino la versione adulta del vestito di Elsa, ma non l’ho presa: «Vabbè mamma, ma che te ne fai? Piuttosto: mi compri un troll? E un cappello, ho le orecchie gelate. Anche un paio di guanti, magari».

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Siamo in Norvegia, evviva. La temperatura è crollata sotto i 15 gradi, le ragazze se ne vanno in giro in shorts, cerata e stivali di gomma, noi in piumino e siamo fortunati che oggi non piove in una città dove, abitualmente, per 269 giorni all’anno diluvia. Al mercato del pesce sono spuntati i primi italiani e chevelodicoafà: sui banconi un tripudio di crostacei e salmoni selvaggi cucinati in qualunque modo, granchi reali da 15 chili l’uno, halibut, bistecche di balena e spiedini di calamari, sandwich ripieni di gamberetti e maionese e uova che solo a guardarli il colesterolo schizza a 200. In alternativa hamburger di renna e hot dog d’alce. Ah, e i prezzi sono ridicoli. Per un piatto non spendi meno di 30 euro e se entri in panetteria un croissant costa almeno 5. Ve lo giuro. Inoltre, proprio nel cuore di Bryggen vendono corna di Bambi, alci e renne per neanche 15 euro, ma si può?

Però nei negozi d’arredamento vedi cose che neanche a Milano e i prezzi sono gli stessi. Il design nordico è favoloso e ingegnoso e mi fa venire in mente solo che forse io, nella mia vita precedente, devo essere cresciuta tra i boschi di conifere di queste parti perché mi basta vedere una sedia ed è come se davanti a me ci fosse la mia trisnonna. Sento che se avessi la connessione a internet, una casetta bianca con il tetto rosso sul bordo di un fiordo e il sussidio garantito dello stato norvegese potrei vivere qui felice. Per sempre.

Comunque. La guida sostiene che solo se sei un bambino puoi vedere un troll, altrimenti niente. Quindi per tutta la giornata ho dovuto inventare storie sui folletti che qui abitano nelle foreste, hanno la coda e sono ritratti in ogni negozio di souvenir. Li trovi perfino in cima al monte Floyen che raggiungi con una funicolare aggrappata alle rocce fino a 320 metri. Scendi dal trenino e, oltre a una vista spettacolare di Bergen e i suoi fiordi, hai davanti a te il più incredibile parco giochi all’aperto che io abbia mai visto, con scivoli tra pini secolari, altalene rotanti, scivoli incastonati tra muschi, licheni e quell’erba fresca e morbida e profumata che pensi esista solo nei libri illustrati per bambini.

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Invece, qui è tutto vero e il percorso del troll è un favoloso sentiero tra alberi giganteschi e magnificenti. E insomma ne abbraccio un paio prima che scatti l’ora di cena.

Sono le 9 di sera, la luce è ancora bianca e intensa quando la cameriera ci porta in tavola un secchio di gamberi della Groenlandia al limone e cozze e patatine fritte che ci sfami una famiglia di Cuneo. Dopotutto, domani è un altro giorno: salute, neh.

 

 

Che dune in Danimarca

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E poi, all’improvviso, il deserto. Compare come dentro un sogno, dopo che hai superato boschi di pini e prati di enormi margherite dove hanno piantato cartelli con su scritto: «Attento all’alce»; «Guarda che potresti incontrare una slitta trainata dai cavalli».

Dicesi Rabjerg Mile, un miglio fatto di dune disegnate ogni giorno dal vento che quassù soffia senza sosta e sferza l’erba e i capelli e la faccia in un modo che ti ricorderai per tutta la vita. La Berenice è completamente esaltata e scivola sui fianchi delle collinette di borotalco urlando: «Yeeeeeeah!». Dopo sette minuti Vittorio ha granelli di sabbia perfino dentro un orecchio, quindi mi trascino 17 chili di bebè giù per il Mile e arrivo in fondo chiedendomi: perché? Ma ormai siamo qui, balliamo. Cioè, viaggiamo. #BMWStories

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Partiamo. La meta è Hirtshals, un paesino alla fine del mondo danese dove trovi traghetti grandi e rossi che ti portano ancora più a Nord, perfino in Groenlandia. Arriviamo in largo anticipo e, per caso, scopriamo un piccolo magnifico faro tutto bianco. Con le rose selvatiche che gli crescono sopra e lo trasformano in uno di quei quadretti che trovi sfogliando il sussidiario della prima elementare. Sembra impossibile ma qui, durante la seconda guerra mondiale, dai loro bunker di cemento armato i tedeschi controllavano il Mare del Nord. E tutti i giorni si godevano una vista spettacolare.

È ora. Ci imbarchiamo sulla Fjord Line. Bye Bye Danimarca. Buongiorno Norvegia.

PS: ho ingoiato una manciata di pillole di ibruprofene americano e sono salva. Miracolosamente guarita. Grazie, Sara. Manchi.