Sciopero clima, il mio Friday for future con mia figlia

Quando avevo 16 anni io desideravo con tutte le mie forze soltanto questo: sposare Simon Le Bon. Perché lui era la mia luce. Il mio mare. Le mie montagne. Era sostanzialmente l’ossigeno che dava respiro alla mia adolescenza. Greta Thunberg a 16 anni ha un’ambizione più grande della mia e di parecchi altri, lei vuole salvare il nostro pianeta fermando il cambiamento climatico. E ogni giorno c’è qualcuno che le dà della matta perculandola ogni dì che Dio manda su questa terra. Perché? Facile. A 16 anni è già un leader capace di muovere 4 milioni di persone, perlopiù bambini, in 27 paesi del mondo e in 180 città italiane.

Io non ho sposato Simon dei Duran Duran, però oggi ho portato mia figlia alla sua prima manifestazione in piazza a Milano. Non ho osato mandarla con le sue amiche perché ha solo 12 anni, ma sono stata felice che me lo abbia chiesto perché ha dimostrato di essere una bambina che vive nel mondo e sa che cosa le succede intorno. La prima manifestazione a cui ho partecipato al ginnasio era contro uno dei tanti ministri dell’Istruzione che voleva cambiare la scuola, non mi ricordo neanche più come e soprattutto perché. Però ai tempi avevo la sensazione che i miei compagni più grandi fossero in strada solo per saltare l’interrogazione di greco o il compito di matematica. Legittimi obiettivi, per carità. Ma miserrimi rispetto a quelli di Greta.

Quindi, questa mattina ci siamo buttate nella mischia di piazza Cairoli ed è stata un’esperienza davvero intensa. Ho visto bambini della scuola primaria mostrare striscioni con su scritto: «Salviamo questo qui, non c’è un pianeta B». Ho sentito un’ottenne cantare: «Scendi giù, manifesta pure tu». E mi sono goduta lo spettacolo di una signora con i capelli bianchi che si è affacciata da un balcone con le braccia alzate in segno di vittoria: a quel punto i bambini hanno fatto oh! Poi ho conosciuto un nonno con la camicia azzurra e i pantaloni blu che sorrideva e applaudiva e insomma mi sono anche un po’ commossa. Esibiva un cartello verde al collo, diceva: «Care/cari nipoti sono con voi per il vostro futuro sulla terra».

 

Mi sono girata e mia figlia era felice mentre agitava il suo cartellone per aria: «Stop climate change è un messaggio troppo scontato. Guarda quella ragazza, ha scritto: «Ormai le stagioni sono più irregolari del mio ciclo». Riuscirò mai a dire qualcosa di altrettanto originale?», mi ha chiesto disperata. Non lo so Berenice. Però di una cosa sono certa. Se non piantiamo più alberi, se non la finiamo di tenere l’aria condizionata a palla e se non diciamo no alla plastica per sempre le uniche stagioni che vedremo saranno quelle su Netflix.

Anche se ormai Greta rappresenta plasticamente tutto quello che da giovani noi non siamo riusciti a essere, solo a lei dovremo dire un giorno grazie se l’acqua degli oceani smetterà di scaldarsi e se a Milano non saremo più svegliati nel cuore della notte da violente piogge tropicali. Non perché lei la sappia più lunga di illustri scienziati e climatologi (che comunque stanno con lei: ok non Carlo Rubbia, ma lui è un fisico, non un climatologo e pazienza), noi dovremo ringraziarla perché sostando davanti al parlamento svedese per giorni Greta è riuscita a ricevere tutta l’attenzione che si merita l’ambiente, la causa ecologista, la natura, la nostra vita su questo pianeta.

Diciamocelo pure, questa meravigliosa adolescente svedese Asperger è il cambiamento che qualcuno di noi non ha trovato la forza di innescare. Credo che sia per questo che molti sono andati letteralmente fuori di testa e ci danno dei “Gretini” arrogandosi il diritto inalienabile di essere solo loro quelli “indelligenti”.

«How dare you?», come osate, ha urlato Greta davanti ai microfoni dell’Onu. Questo è il momento di agire, di sentirsi vivi per restare vivi. Così è andato il nostro primo Friday for Future, l’ultimo venerdì della settimana che ha portato in piazza i nostri figli, i nostri teenager, il nostro futuro.

Come dice la mia amica Veronica, benvenuti nell’era in cui i bambini si occupano di cambiamenti climatici e i politici di merendine.

 

Ps: non ho sposato Simon Le Bon, ma una volta l’ho baciato. Tiè.

Con ESL i viaggi studio sono in formato famiglia

 

 

Suona come qualcos’altro, invece ESL sta semplicemente per Ecole Suisse de Langues e in vent’anni è diventata il leader nel mercato dei soggiorni studio all’estero. Ve li ricordate i primi viaggi in aereo da soli a inseguire il miraggio parentale dell’apprendere l’inglese in due settimane e via? Io avevo 14 anni, la prima volta. Ai tempi, era sul finire degli anni Ottanta, le più piccole erano spedite a studiare in college vittoriani immersi nella splendida e umida campagna alle porte di Londra. Si illudevano che in una struttura protetta nulla di grave potesse accadere davvero. Invece, l’ultima notte prima di tornare in Italia, qualcuno mise in giro la voce che il grattacielo dove noi dormivamo era infestato dal fantasma di Bertrand Russel e chissà perché. Tra l’altro, il signore in questione era stato un filosofo, un matematico e uno dei primi convinti pacifisti della storia anglosassone: era morto un anno prima che io nascessi, anche. Ma dalla mezzanotte in poi di quel maledetto giorno ricordo di aver provato per la prima volta in vita mia una sensazione di terrore profondo, ineluttabile e inesorabile che a pensarci, ancora oggi, mi vengono i brividi. Urlavo, piangevo, invocavo la mamma, il papà e i nomi di tutti e tre i miei nonni contemporaneamente.

Per questo, l’anno dopo puntai i piedi e ottenni l’upgrade al soggiorno in una autentica famiglia inglese a Brighton. Io e la mia amica Katia, però, ci trovammo dentro una casetta di legno di proprietà di una madre single che non solo odiava cucinare, ma ci nutriva con enormi paste ripiene di carne di maiale e/o manzo. In alternativa, il nulla. Non che pretendessimo chissà che, ma avevamo l’abitudine di mangiare. Lì invece patimmo letteralmente la fame.

Forse deve essere successo qualcosa del genere anche ad Alain Vadi e Patrick Siegenthaler se, a un certo punto, si sono inventati la ESL a Montreux. Hanno cominciato nel 1996 con i summer camps per i più piccoli in due piccole cittadine montane, Les Paccots e Diablerets e in 22 anni esatti sono riusciti a organizzare viaggi studio in 20 lingue diverse e in 250 destinazioni diventando i più bravi d’Europa. Credo che ormai non capiti più quel che ho vissuto io. Non con loro, almeno. Primo perché ESL cuce addosso solo esperienze su misura organizzando viaggi individuali e selezionando le famiglie dove andrai a vivere per una/due settimane usando i criteri che ti aspetti da un adulto medio svizzero. Dunque ineccepibili.

Secondo. ESL ora ha perfino proposte formato famiglia, quindi potete partire con i vostri figli e inventarvi una vacanza studio insieme nel Regno Unito, ma anche negli Stati Uniti, in Australia, a Tokyo o a Seoul. Si può scegliere se dormire in hotel, appartamento o famiglia ed è meglio se i bambini/ragazzi hanno tra i 5 e i 17 anni. Anche se a Malta (una settimana per un adulto e un bambino da 870 euro), uno dei luoghi preferiti per i viaggi di studio estivi, è a disposizione un asilo in lingua per i fratellini dai 2 anni in su.

Le mete? Gli italiani prediligono ancora la Gran Bretagna, dove una settimana in famiglia o hotel parte da 1340 euro a Brighton. Ma se i babies hanno compiuto almeno 10 anni qualcuno li porta anche sull’isoletta di Jersey, nel bel mezzo del Canale della Manica: spiagge bianche, scogliere scenografiche, tramonti da cinema. Seguono Parigi e Antibes, Costa Azzurra, dove la scuola è dentro una magnifica cascina provenzale e sette giorni con il proprio genitore preferito vengono via a 1090 euro. Infine, Malaga, Spagna: mare, musei, parchi divertimento e scuola di spagnolo con piscina a partire da 1110 euro. Partite. Poi, fatemi sapere com’è andata.

PS: nelle foto sopra la mia famiglia a Miami nella sede ufficiale del comitato che organizzava la campagna di Hillary Clinton Presidente e su Lincoln Road.

Yoga Book, o del perché una bambina di 10 anni impara a usarlo in 10 secondi

La scommessa è stata la seguente: dimostrare che perfino una bambina di 10 anni sarebbe riuscita a convertirsi a un Lenovo in 10 giorni. Questo nonostante mia figlia sia cresciuta con Iphone, Ipad e Mac e abbia imparato la parola mela fissando dalla culla il logo della Apple stampato sul mio portatile. Ovviamente ci ha messo più o meno 10 secondi per capire come accendere lo Yoga Book scriverci, collegarsi a Netflix, a Spotify e scattare foto da mandare alle sue amiche.

Lo ammetto, è stata la prima volta che ho considerato l’opzione tradire-Cupertino-sposareilnemico. Perché lo Yoga Book è decisamente figo, come direbbero i giovani. Ha un design favoloso, ricorda un foglio A4 piegato in due, pesa quasi niente (appena 690 grammi) e va dentro la borsa che è una meraviglia essendo spesso solo 9,6 millimetri.

Inoltre, è uno di quei magnifici aggeggi due-in-uno di cui non conoscevo l’esistenza: è computer e ha pure lo schermo e la tastiera touch, è un tablet, si piega come fosse un libro ma anche molto altro e, per questo motivo, porta il nome di Yoga Book. Volendo, ci puoi anche disegnare sopra usando una penna speciale e un block notes di carta. Insomma, uno di quei prodigi in magnesio e alluminio che se fai la giornalista e scrivi di spettacolo (non di tecnologia, gadget e sciccherie hi-tech) ti perdi di vista perché i Mac sono entrati in redazione da oltre vent’anni e tu non hai potuto farci niente. È la stampa, bellezza.

Solo che ormai una decenne nativa digitale è insuperabile. Mia figlia Berenice non solo ha scritto le sue prime 717 battute per una recensione in spiaggia, ma le ha battute su Whatsapp e senza neanche un errore d’ortografia. Il che non spiega però perché la sua maestra le abbia dato solo 8 di italiano, ma vabbè, ci vendicheremo alle Medie, amore mio.
La review è di Berenice Poggini, la bambola che vedete qui sotto.

«In queste settimane ho provato il computer Yoga Book. All’inizio ammetto che è stato un po’ difficile imparare ad usarlo essendo io abituata a utilizzare dispositivi di altre marche. Ma dopo qualche giorno mi è sembrato di saperlo usare da una vita. Trovo molto interessante il fatto che si possa utilizzare sia come computer che come tablet, in questo modo si evita di spendere tanti soldi per comprare tablet e computer separatamente.
La cosa che mi piace di più dello Yoga Book è che quando lo utilizzo come un computer non devo sempre usare la tastiera per visualizzare alcune cose che ci sono sullo schermo perché è touch. Cosí è anche più divertente. Quindi, per concludere, consiglio a tutti voi di comprare lo Yoga Book».

Lyric C2 di Honeywell, la telecamera più intelligente che ci sia

Non ci avevo mai pensato, ma avere il controllo di tutto quello che accade a casa quando non ci sei ti fa sentire una specie di agente segreto. O Wonder Woman, soprattutto se sei in bikini a Taormina e mentre sali in cima all’Isola Bella clicchi un’app e dai una sbirciatina al salotto o alla cameretta dei piccoli. Tutto ok, grazie Honeywell. Non sembra, ma tenere d’occhio casa tua perfino dal timone di un gozzo ti trasmette un’interessante sensazione di potere. Pardon, superpotere.

Il merito va a Lyric C2 wi-fi security camera, nome in codice per una telecamerina grande quanto un’iPhone ma incredibilmente sofisticata. La firma Honeywell, una multinazionale americana con sede a Morristown, New Jersey, che è pure una delle prime 500 aziende a stelle e strisce per volume di fatturato. Quindi, fa parte dell’indice Dow Jones. Il suo business? Controllo e automazione sia nel settore industriale che in quello domestico, ma oltre a produrre favolosi termostati per la casa produce anche componenti per il settore aeronautico e automobilistico. Per dire. Era suo il T-Hawk, il drone utilizzato a Fukushima per sorvolare la centrale nucleare esplosa in Giappone nel 2011 e valutare i danni nella zona del disastro.

Ovvio che fossero in grado di progettare e realizzare una telecamera così intelligente che riconosce il pianto di un bambino dal ronzare di una zanzara. Ed è talmente sensibile da intercettare il volo di un passerotto al di là della finestra (coi doppi vetri) o i passi del vicino di casa tutte le volte che fa le scale e maledice il giorno in cui ha comprato un appartamento al terzo piano senza ascensore. Ah, riesce anche a rilevare il fumo e/o le quantità precise di monossido di carbonio nell’aria. E ti salva la vita.

Io l’ho appoggiata sulla libreria, l’ho collegata al wifi e ho avuto una visione quadrangolare a 145 gradi: praticamente un colpo d’occhio in diretta streaming e ad alta risoluzione su tutto quel che accadeva in quella stanza. È stato come avere gli occhi e le orecchie del lupo di Cappuccetto Rosso perché ho visto e ascoltato ancora meglio tutto quello che mi interessava davvero anche a distanza di centinaia di chilometri.

Per esempio. È stato bello e anche un po’ incredibile per Vittorio (non ha neanche 5 anni) svegliarsi con il suono della mia voce che da Vietri gli diceva: «Ciao amore mio!». Sì, grazie al microfono puoi anche parlare, cantare, schioccare baci attraverso la fenomenale C2.

Però dovete almeno moderare il numero di email che vi manda appena rileva un suono: bastano le notifiche sulla app, please. Questo anche se il meccanismo, in realtà, ha la funzione di avvertirti appena capita qualcosa di sospetto (visitatori inaspettati ed emergenze familiari) per permetterti di vedere e intervenire rapidamente. Infatti funziona anche di notte e insomma se hai un bebè che piange disperato e tu sei in vacanza con tuo marito ti senti in colpa, ma almeno avvisi la tata. O la nonna. Anche se, forse, se hai un neonato e sei a Parigi a goderti un weekend romantico non ti servirà una telecamera per dimostrare che non sei la madre migliore del mondo. Ma questa è un’altra storia.

Comunque. Le immagini e i movimenti e tutto quel che accade si può archiviare anche su cloud e scheda SD. Qualunque cosa questo voglia davvero dire. Per voi, per me, per vostro marito. Enjoy!

 

Un sogno chiamato Florida

Accomodarsi in poltrona al cinema e guardare Un sogno chiamato Florida è come assaggiare un gelato all’arancia e accorgersi che è un po’ troppo aspro. L’idea di Sean Baker, regista di Tangerine (girato tutto con un iPhone e pluripremiato), è la seguente: filma un’estate qualunque ai bordi della US Highway 192 e dimostra che si può anche vivere ai margini del “luogo più felice della terra”. Basta avere sei anni, senso dell’avventura e la meravigliosa spensieratezza che solo i bambini riescono a conservare anche nelle situazioni più assurde.

Qui infatti i protagonisti sono Moone e i suoi amichetti che vivono accanto a Disney World, in quella gigantesca tangenziale costellata di motel e negozi cinesi di souvenir in cui assaggiano il sapore della libertà correndo nei prati (sì, ne esistono ancora) eccitati dall’incredibile sensazione che in quell’istante della vita tutto può essere davvero ancora possibile.

Ok, questo è anche un racconto iper realistico, disilluso e senza paura sulla miseria dei disgraziati con famiglia in America. Quelli che vivono a Kissimmee, dormitorio dei lavoratori stagionali di Disney World a una manciata di chilometri da Orlando, hanno un tasso di povertà del 25,6% e, tra loro, il regista ha deciso di mettere in scena la vita di madri single (a proposito: in America esistono solo ragazze madri?), nonne con nipoti a carico e padri senza un straccio di lavoro che si sono rovinati con la bolla dei mutui e non possono permettersi di pagare un deposito per un appartamento in affitto.

Dunque, sborsano 40 dollari a notte per dormire al Magic Castle Inn and Suites (esiste davvero) gestito dal classico burbero dal cuore di panna Willem Dafoe (candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista).


La vera bella nuova scoperta del film è Brooklynn Prince, una delle baby attrici più dotate dai tempi di Drew Barrymore. Con quel broncetto un po’ così sempre su e le smorfie in modalità diva di Hollywood nature riesce a dare lezioni di recitazione ogni volta che guarda dentro la telecamera.
Valeria Cotto (Jancey) è stata reclutata dentro un negozio della catena Target a Kissimmee, notata grazie ai suoi capelli rossi fosforescenti e Bria Vinaite (Halley), la madre-bambina degenere più deliziosa degli ultimi cinque anni, è stata scelta con un casting su Instagram.

E anche se fa la parte della tatuata dai capelli blu incapace di trovarsi un qualsiasi lavoro onesto, finisci per innamorartene. Soprattutto quando la cameriera le chiede il numero della camera e, mentre Moonee si sta abbuffando abusivamente al buffet delle colazioni di un motel, lei con la faccia più sicura e sprezzante della storia del cinema sul white trash sorride e spara un numero a caso. Facendola franca.

È in quell’esatto momento che io mi sono detta: non ho mai fatto la lapdancer né mi ha mai sfiorato il pensiero di vendermi in una camera di un motel (vedi Halley); ho sempre lavorato per offrire il meglio ai miei figli. Solo che nessuno dei due, ancora, mi ha guardato con quegli occhi traboccanti amore e gratitudine che ha Moonee nel film tutte le volte che fissa la sua mammina. Perché?

 

Del perché sciare favorisce incontri speciali a Cortina, Antagnod e Champoluc

E comunque da oggi non si scia più. Nel senso che fine, stop, arrivederci, la stagione si è chiusa: la neve ormai ha la consistenza della granita al limone, il sole ogni giorno prova a sbucare da dietro le nuvole (con scarsi ma ammirevoli risultati), e i miei scarponi da sci non ce la fanno più. Quindi è deciso, dopo 15 anni di servizio sono pronta a disfarmene e già fremo all’idea di trovare un grandioso deal su Internet per tornare in pista con un paio di sci finalmente alla mia altezza.

Però quest’anno sono riuscita a convincere la Berenice che sciare fa assai bene, allunga le gambe e i muscoli della schiena, ti aiuta a vincere la paura, ti trasforma in una regina (delle nevi), ti mostra come potrebbe essere la vita se anche tu avessi un paio di ali, ti porta in posti magnifici, ti procura amicizie e incontri molto speciali. Sì, è social.

Per dire. A Pasqua ho trascinato la mia famiglia a Cortina e ci siamo trovati a ordinare zuppa di lenticchie & vari Prosecchini accanto a Flavio Tosi, il sindaco di Verona. Che si è sorbito Vittorio e le sue sceneggiate per tre sere di fila e non ha neanche mai espresso il desiderio di cambiare tavolo, esiliarci in un angolo buio e isolato, fare fuori i più piccoli: «Ma ci mancherebbe». Un sant’uomo, ci credo che è fuoriuscito dalla Lega.

Comunque. Quest’anno l’inverno ci ha dato grosse soddisfazioni e abbiamo conosciuto persone incredibili. Sempre a Cortina d’Ampezzo, provincia di Belluno, sulle Dolomiti c’è un posto che si chiama passo Falzarego. Proprio lì Raniero un giorno ha preso in gestione il rifugio Col Gallina, ci ha investito tempo, idee e moltissima passione e lo ha trasformato in un luogo fiabesco dove organizza feste, cene romantiche, passeggiate con le racchette da neve. Ha un figlio di 16 anni, Kevin: pochissimi dei trentenni che ho incontrato in tutta la mia vita sono mai riusciti a sembrare così saggi, calmi, misurati, intelligenti. Con lui si è messo a ricostruire una trincea e un paio di baracche aggrappate alla montagna che guardava l’Austria e che ci riamo ripresi nella Grande Guerra. Ecco, oggi organizza proprio lì tour gratis per le scuole elementari locali ed escursioni in motoslitta con pranzo/cena & rievocazioni storiche. Oppure, vi fa provare le fat bike, le nipoti delle vecchie BMX degli anni Ottanta, ma con le ruote ciccione. E tornate bambini. Se passate di qua chiamatelo, ditegli che vi ho mandato io ( +39 0436 2939, +39 339 4425105) e poi fatemi sapere.

Ah, si è pure inventato la Starlight Suite: è una specie di carrozza di vetro dentro cui dormirete sotto le stelle, in cima al Lagazuoi; e l’ultimo a passarci la notte è stato un cantante italiano molto pop, non so se mi spiego. L’esperienza prevede una cena al rifugio, tragitto in motoslitta alla stanza, notte al chiar di luna, ritorno e colazione al rifugio. Totale, 300 euro. Non male, eh?

In Valle d’Aosta, invece, ho sciato con una vecchissima conoscenza che passa l’inverno a Champoluc, conosce praticamente tutti, si veste di giallo canarino, mangia molto, ma non si nota per niente: grazie per la discesa e il ritorno al futuro, Angelo. La Berenice chiede se possiamo incontrarci ancora al Campo Base. Secondo me si può fare, avvocato.

Eppoi sono riuscita a passare tre giorni ad Antagnod, poco più sotto, con una scienziata. Veramente. Sua figlia è nella stessa classe della Berenice ed entrambe hanno preso 8 in condotta, solo che la Virginia scia decisamente meglio. E per forza, appena nevica sale su e fila via sugli sci come una gigantista da quando aveva 4 anni. Per padre ha un epidemiologo però quando ci siamo trovati tutti insieme a cena non mi sono sentita troppo a disagio. Virginia ha due occhi verdi grandi così e un fratello, Tommaso, che a scuola ottiene risultati sorprendenti; è anche un bambino gentile (grazie per le scuse finte, eh!).

Poi c’è Giusy, la scienziata di cui sopra, che lavora allo Ieo e sta cambiando il mondo con le sue ricerche mentre gran parte dei suoi colleghi (e i loro cervelli) scappano all’estero. Ecco, io dico che sono felice di aver sciato anche con lei per tre ragioni: 1) perché ho la prova provata che scio perfino meglio di una scienziata (yes!); 2) litighiamo da tre anni, ma adesso credo che possiamo forse, finalmente, definirci quasi-amiche; 3) solo quando condivido le mie giornate con persone di valore  ho la certezza di non aver sprecato il mio tempo.

Quindi quest’estate non ci resta che cercare la neve sulle piste di Argentina, Cile o Nuova Zelanda. Partiamo?

Weekend a Champoluc

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Appena ho perso ventidue chili, il che è successo sei mesi esatti dopo che è nata la Berenice, sono andata a sciare. E appena ho capito che due anni e mezzo di notti in bianco non avrebbero contato poi molto sul mio equilibrio psico-fisico (vabbè), sono andata a sciare. Perché quando io mi infilo gli sci ogni cosa torna sempre, più o meno, al suo posto. Deve essere tutto quel bianco totale che mi mette in ordine i pensieri e mi ossigena il cervello, «la parte più importante dell’attrezzatura», come lo definì un giorno qualcuno appassionato di montagna almeno quanto me.

E quindi, per inseguire tutta la gloria che di solito mi dà una discesa a meno 16 con il vento frizzante che taglia le labbra, siamo finiti a Champoluc, Valle d’Aosta. L’avevo cancellata dalla mia mappa della memoria, ma mi è bastato arrivare in piazza alle nove di sera per ricordare di esserci già stata nella mia vita precedente. Sì, quella senza i baby.

Ma lo sapete che quassù, a mezzora dall’uscita dell’autostrada, c’è tanta Scandinavia? Sembra strano ma ormai, ovunque io vada, incontro qualcuno del Grande Nord. Per dire. Qui vive una piccola comunità di giovani svedesi: lavorano nei negozi sportivi e, anche se in Svezia le montagne (quelle serie) praticamente non esistono, loro si occupano di sci e sistemano attacchi. Davvero. Ho incontrato perfino una ragazza di Tampere, Finlandia, che mi ha aiutato a infilarmi un paio di scarponi Head turchesi e quando le ho detto che ad agosto siamo passati da Ylläsjärvi ha commentato: «Sì, deve essere da qualche parte in Lapponia. Mai stata». E poi, mentre avevo la netta sensazione di essermi persa e ho chiesto a un ragazzo con la giacca rossa dove fosse il Campo base lui mi ha risposto: «Sono norvegese, sorry». Di dove, ho chiesto io. «Tromso». «Ah, Tromso! Ci siamo stati questa estate». Mi ha guardato con due occhi grandi così e mi ha buttato lì: «Sì, ma con la neve è meglio». E in quel momento ho avuto l’impressione che non mi credesse, ma mi sono sentita molto cool lo stesso.

Comunque. Se passate di qui e cercate un posto grazioso dove dormire vi do una dritta: Villa Americana è un piccolo B&B appena aperto, ha camere spaziose e profumate che guardano il Monte Rosa e si affacciano sul famoso pratone dove i babies potranno innalzare pupazzi e prendersi a palle di neve. Ah, e se vi serve un maestro di sci sappiate che qui c’è addirittura il campione di chilometro lanciato, Simone Origone: dà anche lezioni private a 40 euro all’ora, che è la tariffa ordinaria per lezioni individuali.

Lo sci non è solo uno sport, per me è un altro modo di volare senza comprare un biglietto in economica per Miami. E mi permette di fare cose assurde come passare attraverso un tornello con addosso scarponi da cinque chili, un casco, due paia di sci & racchette (mia figlia è nata principessa), una maschera in faccia con la stessa serenità che mi avvolge quando entro in una Spa. Questo, solo perché so che sarò felice quando ridisegnerò la pista con la firma della mia discesa.

Ogni sciatore sa esattamente che cosa intendo. Tra Claviere e il Monginevro da piccola ho fatto voli che avrebbero potuto uccidermi, ma ho continuato a sciare sul ghiaccio, sulle pietre, sul sangue. Non lo so come mi sia riuscito esattamente, ma è per questo che per me una nera non sarà mai troppo ripida. Se lo diventasse, a un certo punto, vorrebbe solo dire che ormai sono troppo vecchia. Invece.

Berenice ha cominciato a sciare a 4 anni, Vittorio ho deciso che inizierà prima, il prossimo inverno quando avrà 3 anni e mezzo circa. Intanto gioca sulla “nene” e non patisce il freddo. Del resto è già stato alle Lofoten e a Capo Nord, si vede che si è abituato. O ha capito che il nostro è un destino scolpito nel surgelatore. Comunque so già cosa gli risponderò se oserà ribellarsi alle nostre alzatacce, quando avrà imparato a parlare. «Svegliarsi alle 5 con il buio per andare a sciare è dura. Svegliarsi alle 5 con il buio per andare a lavorare è durissima». Questa è una delle frasi epiche con il copyright di Kristian Ghedina, uomo di montagna di pochissime parole.