Ossessione Norvegia

– 14

Sono ossessionata dalla Scandinavia, ormai. Ogni giorno penso alla Danimarca, alla Norvegia e alla Svezia, a tutte e tre contemporaneamente o anche in ordine sparso.

Dopodiché notizie à gogo arrivano dentro la mia email. Tipo: si è svolta a Copenaghen la conferenza internazionale dei Babbi Natali da tutto il mondo; ieri l’accademia dello stoccafisso di Imperia ha celebrato il leggendario merluzzo della Norvegia (veramente); in Svezia se usi Uber hai diritto al biglietto della metro scontato.

Oppure: a Chiavari si scatena una tempesta tropicale che fa scendere la temperatura di almeno dieci gradi; fuori è buio e umido; ma noi ce ne andiamo in spiaggia. Come farebbe in automatico un norvegese. O un danese. Anche uno svedese, del resto.

E la Berenice inaugura le sue nuove pinne sotto una pioggerellina fine fine che assomiglia a quella che potrebbe sorprenderci a Bergen. Naturalmente, in spiaggia, ci siamo solo noi e una coppia di diciottenni che si sbaciucchia e neanche ci nota. Avrei potuto pensare a qualunque cosa guardando mia figlia che si gode la tempesta felice come un pesce azzurro e invece mi è venuto in mente questo: ma si può fare il bagno ad agosto nel Mare Glaciale Artico? E se no, come glielo spiego? Più che altro, riuscirò a fermarla?

Ci stavo riflettendo su quando sono inciampata in una pietra rossa e bianca che, incredibile, replica naturalmente la bandiera della Danimarca. O della Norvegia, dipende quale colore, se il bianco o il blu, i vostri occhi riescono a percepire. Ricordate la storia del vestito bianco/oro/azzurro/marrone ect che ha prodotto milioni di click in tutto il web? Ecco.

A un certo punto la B, super eccitata, ha fatto la faccia da Pippi Calzelunghe e mi ha chiesto questo regalo per il suo ottavo compleanno: «Un libro illustrato, magari a fumetti, ma assolutamente in italiano (non in inglese perché lo odio) sulla storia della Norvegia. Mi piacerebbe che fosse molto colorato e con un sacco di giochi dentro. Me lo compri?». Ovvio che sì. Devo solo trovarlo. Ma che ci vuole? Mancano solo due settimane al viaggio e ho pure il baby fissato. Grazie, Dio.

 

 

Mi manchi, Amy: I love U! E Stoccolma le dedica una mostra

-16

Amy Winehouse
Amy Winehouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È vero, questo ha poco a che fare coi baby, il viaggio fino a Capo Nord e gli scandinavi. Lo so. È che io ho provato a non pensarci, ma appena l’ho vista sulla copertina di Vanity Fair mi sono resa conto che Amy Winehouse mi manca. Oggi sono 4 anni esatti che se n’è andata: avevo un bicchiere di champagne in mano e un vestito fucsia vintage addosso quando mi hanno chiamato dalla redazione di Max per avvertirmi. Ero al matrimonio di una persona che ai tempi amavo. A lei e al marito avevo regalato due iPod con LA colonna sonora definitiva per una vita-per-sempre-felice e, dentro, ci avevo messo anche Back to Black.

Comunque. Qualche giorno prima mi avevano chiesto di fare un ritratto di Amy. Avevo scritto spesso di lei e in quei giorni avevamo capito che avrebbe potuto accadere qualcosa di irreparabile. Non so come o perché lo avessimo intuito, ma nel momento in cui mi è arrivata la telefonata sono scesa dai tacchi, ho appoggiato i piedi sul prato e ho pianto. Davvero.

Poi sono tornata a Milano e ho aggiornato il pezzo. Che è diventato un coccodrillo. Anzi, una copertina/coccodrillo.

Però, ancora oggi, tutte le volte che vedo una foto di Amy mi si stringe il cuore. La prima volta che l’ho incontrata aveva solo 20 anni ed era una bella ragazza paffuta della working class che parlava con un accento cockney irresistibile. Niente a che fare con quel che è diventata dopo, povera stella.

Amy Winehouse ritratta nella sua casa di Camden
Amy Winehouse ritratta nella sua casa di Camden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno si era presentata in tuta Adidas e scarpe da ginnastica. Senza trucco. Aveva la pelle rosa, liscia, fresca di gioventù. Profumava di caramelle.

Diceva che la sua arte era tutto e che della fama non gliene fregava niente: voleva fare la musicista, ok? Era il 2003 e aveva pubblicato Frank, il primo disco. Era dedicato a un ex fidanzato che, guarda un po’, l’aveva trattata assai male. «Riesco a scrivere solo cose personali, che ci posso fare? Va così, è più forte di me». Le avevo fatto i complimenti perché ai tempi mi arrivavano decine di cd a casa ogni settimana e non riuscivo neanche ad ascoltarli tutti, ma il suo aveva una copertina fucsia e quindi l’avevo inserito nel cd player dello stereo e avevo scoperto che: era FAVOLOSO.

La nostra era stata la classica chiacchierata tra ragazze. Eravamo nella sede milanese di Universal ma era come se fossimo nella nostra cameretta. E ai tempi, forse, ne avevo combinate di più io di Amy. Se non altro solo per una questione anagrafica.

Non avrei mai immaginato che, qualche anno dopo, se ne sarebbe andata in giro con la cofana, gli occhi dipinti e completamente strafatta. Oltre che spaventosamente dimagrita, sia chiaro. Quindi, per me, lei resta la girl di cui sopra.

 

Visto che gli scandinavi sono sempre avanti sappiate che se passate da Stoccolma la galleria Movitz fino al 26 luglio le dedica una mostra. Con foto di Amy da piccola e in versione teen.

Invece, Amy Winehouse. The Girl Behind The Name, il film di Kapadia arriverà in Italia il 15, 16 e 17 settembre. Il Guardian lo ha definito un capolavoro. Io ho guardato il trailer e mi sono emozionata. Ve lo regalo, va.

 

Dieci cose che mi piacciono della Danimarca

-17

pesci di liquirizia, sì

1 La liquirizia

Okay, c’è la danish pastry: paste e brioche alla cannella e anche un po’ appiccicose. Ma le trovi in tutto il mondo. Dopodiché esiste la liquirizia che in Danimarca va dal salato al dolcissimo ed è declinata in ogni forma e grado di morbidezza in caramelle, gelato, birra, tè, patatine e snack. A Copenaghen c’è anche un festival dedicato alla liquirizia, di solito a febbraio. E io ne vado letteralmente pazza. Vabbè, ognuno ha le sue perversioni.

2 Il design è super

Altro che Ikea. Qui sono nati e cresciuti i maestri del design nordico che hanno disegnato le sedie più iconiche della storia, quelle che oggi trovate ancora nelle case più cool del pianeta. Per dire. Arne Jacobsen nel 1958 realizzò la Egg Chair e la Swan Chair, una poltrona a forma di uova e l’altra di cigno: le aveva pensate per la lobby del Royal Hotel di Copenaghen (oggi Radisson Blue) e resistono ancora oggi in tutta la loro grazia. Oppure c’è Poul Henningsen, quello del carciofo, massì il lampadario Artichoke. Praticamente lo vedete appeso al soffitto di ogni casa che compare in un qualunque film danese.

3 Si lavora poco e molto bene

I danesi hanno la settimana più corta del mondo: lavorano 33 ore, contro le nostre 40 scarse.

4 Le vacanze sono lunghe

Si ha diritto ad almeno 5 settimane di ferie pagate all’anno.

5 La maternità dura 12 mesi

Sì, avete capito bene: le danesi si godono un anno intero di maternità pagata al 100%.

6 E se perdi il lavoro, no problem

Ti licenziano? Tranquillo: il governo si prende cura di te e per due anni di fila ti paga un assegno di disoccupazione pari al 90% del tuo ultimo stipendio.

7 Sempre che tu non abbia un piano B

Tipo quello di Ole Kirk Christiansen. Ultimo di 13 fratelli, carpentiere, perde il lavoro nella grande crisi del ’29 e quindi comincia a costruire giocattoli usando il surplus di legname che trova in giro. Pensa a un nome. Poi, idea, utilizza le prime due lettere delle parole “lege” (giocare) e “godt” (bene): LE-GO. Infine, nel ’47, riconverte i mattoncini di legno in plastica e voilà, nasce Lego. È un successo globale.

8 Quindi i danesi sono i più felici al mondo

Il loro segreto? Hanno aspettative realistiche, quindi tutto quello che di bello nella vita arriva all’improvviso e in più li fa contenti. Beati.

9 Ma non sono mai sdolcinati

Self control danese: si amano sì, ma senza troppo esibizionismo. Per esempio. All’aeroporto di Aalborg c’è un cartello che avverte: il tempo massimo per un bacio d’addio non deve superare i 3 minuti. Capito?

10 E neanche troppo cerimoniosi

Al cameriere semplicemente dicono: «Dammi una birra». E lui non ci rimane neanche male. Espressioni come: per piacere, mi scusi, grazie, nella lingua danese non esistono. Veramente. Però loro sono gentili e rispettosi, eh. Che è uno dei 10 motivi per cui io li amo.

Cinque cose che ho imparato dagli Svedesi

– 18

Alexander Skarsgård nudo nello spot di True Blood1 Il freddo fa bene
I bambini, soprattutto i neonati, al freddo e al gelo dormono che è una meraviglia: «Respirano meglio e s’addormentano subito», mi ha spiegato una volta una guida. Infatti negli asili nido la zona nanna è all’aperto, lo giuro. E anche se nevica è consuetudine mettere la culla sul terrazzo. È per il bene del bebè. Dopodiché quando ho notato una fila di carrozzine e passeggini fuori dai bar (coi baby sotto le coperte, of course) ho capito che fanno sul serio. Si trovano bene così, valli a capire.

2 ÖNSKEDRÖM ha un senso
Tutti gli oggetti Ikea che sono finiti in casa nostra hanno dei nomi impronunciabili. Ma non sono stati affibbiati senza una logica precisa. Per esempio le tende, gli asciugamani, le tovaglie, le lenzuola, le coperte e insomma tutti i prodotti tessili che avete comprato hanno nomi di donne scandinave. Le sedie, chissà perché, portano i nomi di uomini del Grande Nord.

3 Evviva le donne
Women rule. Cioè, in parlamento il 44% degli eletti è donna. Non solo. Il vescovo di Stoccolma si chiama Eva Brunne: luterana, è lesbica e ha avuto un figlio dalla compagna Gunilla Linden, pretessa pure lei. La loro unione è registrata in comune. Più avanti di così non si può.

4 È la Svezia, bellezza
Tu atterri in un qualunque aeroporto svedese e non te ne capaciti. Ti chiedi: «Ma come fanno a essere tutti biondi, con gli occhi azzurri e bellissimi?». Poi arrivi in una qualunque città della Svezia e hai la sensazione di essere capitata su un nuovo pianeta popolato solo di persone sexy, sorridenti e accoglienti. Per non dire di quando entri in una sauna dove trovi persone sexy, sorridenti, accoglienti e senza vestiti. Grazie, Dio.

5 Uno svedese per tutti i gusti
E non è finita. Mai sentito parlare dei fratelli Skarsgård?
Bisogna ringraziare papà Stellan, lo Sputafuoco in i Pirati dei Caraibi, il Gran Duca in Cenerentola, l’attore di Göteborg che ha spaccato a Hollywood insomma. Ecco, è il padre di Alexander Skarsgård (vedi foto di apertura), quello di True Blood nonché neo fidanzato della socialite Alexa Chung. È bene che sappiate che oltre a lui (bello come il sole) esistono anche Gustaf, Bill, Valter, Sam. Quindi, tranquille.

Ecco: scarpe così comode che non vuoi più togliertele

– 18

IMG_1457

 

Non so a voi, ma a me le storie di successo hanno sempre fatto un gran bene. Perché mi fanno credere che tutto sia davvero ancora possibile: per tutti noi, in qualunque parte del mondo abitiamo. Quindi, vi voglio raccontare questa che, di nuovo, ho scoperto per caso.

Un giorno vado su Internet e compro un paio di scarpe per Vittorio: perché erano piuttosto convenienti, sembravano comode e insomma ero soprattutto di fretta.

E quando arrivano che succede? Il quasi duenne impazzisce di gioia, vuole indossarle subito, camminarci e come si diverte. È così a suo agio che ci vuole perfino andare a dormire. Sì, non se le vuole proprio più togliere (vedi foto).

Quindi diventano le sue scarpe preferite. Il marchio si chiama Ecco, è danese e la prima volta che l’ho visto è stato in Francia, una decina di anni fa. Così indago e viene fuori che ad oggi ha prodotto 350 milioni di scarpe, ha 19.500 dipendenti di 57 nazionalità diverse e vende sandali, sneakers, stivali, scarponcini, décolleté, borse e cinture in 87 paesi.

E ora la storia. Karl Toosbuy aveva un sogno: vendere scarpe comode a tutti. Faceva il calzolaio e, a un certo punto, avrà avuto poco più di 30 anni, gli affidano la direzione di una fabbrica di scarpe a Copenaghen. Ma le cose non ingranano, il business non è suo e lascia perdere.

Lascia un lavoro sicuro, vende casa e si trasferisce con la moglie Birte e Hanni, la figlia di 5 anni, a Bredebro sulla costa occidentale della Danimarca, a nord del confine con la Germania. È il 1963 quando affittano un piccolo appartamento, trovano una vecchia fattoria e la trasformano in una fabbrica. Questo in un paesino dove è l’agricoltura a dare da mangiare a tutti.

Ma Karl ha sempre il suo sogno. Pensa che siano le scarpe a doversi adattare al piede e non viceversa. Quindi dà la priorità alla funzionalità, poi al design. Ecco è un avverbio italiano, ma lui ancora non lo sa: gli piace il suono che fa e lo usa come marchio. Infine, sceglie pelli morbide e soffici e le sceglie una per una. Comincia a disegnare scarpe da donna con il marchio Venus. Gli affari vanno così così, ma i Toosbuys resistono perché sanno che le loro scarpe hanno grandi potenzialità. E poi sono il loro sogno.

Infatti. Alla fine degli anni ‘70 Ejnar Truelsen disegna le scarpe Joke e finalmente Ecco spacca. Da quel momento in poi comincia la rivoluzione delle scarpe confortevoli, piene di grazia e di qualità. Grazie all’acquisto della macchina a iniezione diretta che introduce finalmente la tecnologia, il marchio danese si fa conoscere nel mondo come icona di design e comfort.

Che è il motivo per cui Vittorio impazzisce per le sue scarpette blu. Le porteremo con noi fino a Capo Nord, of course.

Cinque cose che non sai sulla Norvegia

-19

Schermata 2015-07-19 a 10.00.00

 

 

 

Ce ne sono parecchie altre che, magari, non sapete sulla Norvegia. Per ora accontentatevi di 5 cose che ho scoperto di recente. Poi, fatemi sapere che ne pensate.

1. In Lilyhammer, serie top che Sky ha dato per due stagioni di fila, c’è una scena in cui un gangster newyorchese entra in un supermercato, compra una lattina di aranciata, punta la pistola alla testa del commesso e dice: «Ma mi prendi per il culo? Dieci fottuti dollari per un drink?». Reazione (senza arma da fuoco) che ho avuto più o meno anch’io. Perché la Norvegia è il paese più caro del mondo. Però, dopo la Svizzera, è quello che ha gli stipendi più alti d’Europa: 55.370 euro è la media. Quasi quasi, se qui va tutto in malora, mi ci trasferisco.

2. A Sandhornoya, in pieno Circolo Polare Artico, hanno aperto la sauna più grande del mondo: ogni sabato fino a settembre accoglierà gratis 100 persone. Volendo, si può anche affittare una capanna sulla spiaggia per rinfrescarsi. Devo verificare se ci passiamo coi baby. Anche se, ieri, la Berenice mi ha confessato che fare campeggio non le interessa: «E se poi i troll si arrabbiano?».

3. Le prigioni norvegesi sono le migliori del mondo. I detenuti hanno libero accesso a Internet perché questo fa parte della loro “rieducazione”. È anche per questo che uno come Anders Breivik, il terrorista solitario che il 22 luglio 2011 massacrò su un’isola davanti a Oslo 77 ragazzi, si iscrive all’università, dice di non pentirsi ma di voler studiare scienze politiche, e nessuno si indigna.

4. In Norvegia si realizzano i programmi tivù più noiosi della storia. La chiamano slow tv. Tipo: sono riusciti a trasmettere un viaggio in treno di 10 ore da Oslo a Bergen o la deposizione delle uova di salmone che è durata 18 ore. Il prossimo progetto della NTWK è riprendere una signora che lavora a maglia e che in 8 ore (appena) farà un maglione.

5. La Norvegia ha il più alto grado di alfabetizzazione del mondo. Per dire. Il governo acquista 1000 copie del libro di chiunque ne pubblichi uno e lo distribuisce gratuitamente nelle biblioteche statali. Ah, e l’università pubblica è gratuita per tutti, anche per gli stranieri.

PS: Harald V di Norvegia, re dal 1991, se ne va in giro in bus/metro e paga il biglietto. Bravo. Suo padre si chiamava Olav. Sì, proprio come il pupazzo di neve di Frozen.

Uh che caldo! E io sogno Capo Nord

-20

Sabato africano sognando la Norvegia. Coi baby ai due lati opposti del calor: Vittorio ad Alagna e la Berenice a Chiavari. Va così, questo weekend e pazienza.

Waiting for LegolandVittorio Stokkizzato ad Alagna

Quindi non me ne vogliate se il post sarà minimal. Ieri, però, ho trovato un libretto di un certo livello in libreria: Oltre Capo Nord. Viaggio di una donna allo Spitzberg di Léonie D’Aunet, Voland. Lei era una ragazza piuttosto smart perché nel 1839, a soli 19 anni, prende e parte per una spedizione alle isole Svalbard, in pieno Mar Glaciale Artco e senza piumino d’oca e Moon Boot, non so se mi spiego. La invia il re di Francia Luigi Filippo.

Léonie D'AunetÈ in quel viaggio che conoscerà il futuro marito, un ritrattista di corte. Dopodiché torna a Parigi e, guarda un po’, s’innamora di Victor Hugo. Di cui diventa l’amante, ca va sans dire.

Il fatto è che, ai tempi, le tirano le pietre. Così lei inizia a scrivere per riviste molto chic (i bei tempi andati della carta stampata: nostalgia) e insomma un bel giorno mette nero su bianco il diario della spedizione a Capo Nord. Va così bene che il libretto è ristampato 9 volte. Léonie è ironica, divertente, incredibile.

Irresistibile. Quindi ora torno sotto l’ombrellone a leggere, perché il suo spirito mi chiama. E io devo prendere appunti. Glorioso weekend a tutti, neh.

 

Trollbeads che viaggio!

-21

Lise Aagarad, la signora Trollbeads

La prima volta che ho visto Trollbeads ho pianto. Occhei, ormai ho una certa età e le lacrime in tasca, ma provateci voi a trattenerle davanti al video che vi allego: un minuto e rotti per raccontare al mondo che cos’è una mamma. Deve essere piaciuto anche a parecchie altre persone perché ha ricevuto un milione e 300mila click ed è diventato virale.

Ora, poiché spero che anche i video che girerà la Berenice in Scandinavia lo diventino, li ho chiamati per capire quale sarebbe la formula magica.

Mi hanno spiegato che ogni storia è a sé e che proprio non se la sentivano di sbilanciarsi. Però, sarà che sono tutte femmine e c’è pure qualche madre (ma assai cool, diciamolo), tra me e TROLLBEADS è scattato l’incanto e così abbiamo deciso di avventurarci insieme fino a Caponord.

E ora vi spiego meglio. È venuto fuori che TROLLBEADS è un marchio di gioielli danesi ed esiste dal 1936 quando Svend Nielsen, orafo, aprì un negozio in centro a Copenaghen: fu uno dei primi a usare la fusione a cera persa per lavorare l’argento che, ai tempi, fondeva e piazzava dentro a stampi di gesso di ogni forma e dimensione. Sua l’idea di creare i primi magnifici bead, cioè dei ciondoli artigianali che, inizialmente, riproducevano esseri fatati scandinavi che lassù chiamano troll, folletti. Ogni gnomo veniva poi agganciato a un laccio di pelle: i primi braccialetti erano così.

Tradizione che è stata abbracciata dal Soren, orafo pure lui. E da tutta la famiglia, ovvio. Ma è stato merito di Lise, l’altra figlia, se TROLLBEADS è diventato un marchio di successo: nel 1987 ha aperto un negozio di gioielleria a Lyngby e alla stringa di pelle ha sostituito un bracciale d’argento a cui ha aggiunto una chiusura a doppia apertura.

la famiglia di Trollbeads

Questo perché le sue clienti impazzivano per i beads e avevano cominciato a creare bracciali personalizzati che adattavano ai loro gusti, ma anche alle ricorrenze. Per esempio, li regalavano per i compleanni, i battesimi, le lauree, i diplomi e insomma ogni momento era buono per aggiungere un bead a un ricordo speciale.

E con la chiusura estraibile avrebbero potuto aggiungerne in quantità industriale. Da qui il successo dei gioielli componibili danesi in 50 paesi: ora di beads ne esistono oltre 500 e li trovate anche in vetro, oro, rame, argento, perla, ambra e pietre preziose.

Ogni bead continua ad essere realizzato a mano da un designer e ha una storia speciale da raccontare in ogni stagione e momento dell’anno. Dunque, appena le signore di TROLLBEADS hanno saputo del nostro viaggio, ci hanno proposto di comporre un bracciale che per ogni tappa avrà un bead. Un significato magico, ecco.

Berenice è entusiasta perché nella sua cameretta ha una moltitudine di scrigni che, da quando ha imparato a pronunciare la parola “gioiello”, contengono anelli, bracciali, collane, tiare e corone da ogni parte del mondo.

E quando ha trovato il catalogo in casa ha cominciato a sceglierli con l’evidenziatore. Ma non credo che saranno tutti rosa fucsia, amore mio. Stay tuned.

Bello lo Scoot di Stokke, ce l’ha pure Gwen (Stefani)

-22

Accendo il computer per trovare le istruzioni o almeno un video su come diavolo chiudere il nuovo passeggino e che cosa scopro? Gwen Stefani ne ha uno identico al mio ma rosso e insomma porta in giro il piccolo Apollo, 16 mesi, su uno Scoot di Stokke. Nella foto, accanto alla mamma c’è Kingston, 9 anni, uno in più della Berenice: lo avevo visto che aveva un paio di mesi, a Londra, prima che Gwen si accomodasse su un divanetto per raccontarmi del miracolo della maternità e di quanto apprezzasse però anche i miei nuovi stivali verdi di Miu Miu. Giuro.

Quindi un po’ mi emoziona rivederlo grande e sapere che il suo terzo fratellino (Zuma, il secondo, ormai ha 6 anni e va a scuola) ha più o meno la stessa età di Vittorio. Ma soprattutto mi sento anche un po’ più cool del solito a scoprire che pure la frontleader dei No Doubt ha scelto un passeggino norvegese.

È un mese che ho abbandonato la Bugaboo: dopo 8 anni e tre bambini e parecchi viaggi non ce la faceva più. È stato doloroso liberarcene, ma poi abbiamo scoperto che per l’avventura a Capo Nord lo Scoot sarebbe stato perfetto e quindi voilà, evviva il Made in Norway.

Mi sono informata. Stokke è un marchio storico di Ålesund, paesino marinaro sulla costa orientale della Norvegia: nasce nel 1932 e produce sedili per gli autobus e mobili. Ma poi diventa famoso per le poltrone reclinabili e le seggiole ergonomiche pensate per l’ufficio. Avete presente quelle rosse su cui avete visto appendersi/dondolare la collega nuotatrice/yogi/runner/vegana/ect? Ecco, le prime erano di Stokke.

Poi nel 1972 Peter Opsvik prende un bel po’ di legno e disegna il Tripp Trapp. E così, improvvisamente, il seggiolone che segue il bambino per tutta la vita trasformandosi in una sedia per la scrivania diventa prima un successo internazionale e poi un’icona del design. È a quel punto che Stokke si rende conto che il mercato dei prodotti per bambini è assai interessante e, applicando lo stesso concept, lancia un fasciatoio e poi una culla che crescono con il bebé diventando il primo una scrivania e il secondo un comodo letto da grande.

Ma è nel 2003 che le mamme iniziano a parlare di Stokke perché, a quel punto, i designer norvegesi s’inventano la Stokke® Xplory® la prima carrozzina di design che innalza il piccolo all’altezza dei genitori e polverizza i competitor abituati a realizzare catafalchi sì, ma molto bassi. Le prime a crederci sono le star di Hollywood che si fanno fotografare per L.A con il passeggino che assomiglia a un’astronave: felici e contente cantano «Higher is better», cioè Più alto è meglio.

Seguono le mamme metropolitane alla moda. Oggi molte di noi possiedono un Tripp Trapp (il mio è azzurro e magnifico, grazie Liana) e ringraziano Stokke per l’intuizione: avere il baby a tavola con noi significa condividere un momento di socialità fondamentale, vuol dire metterlo alla nostra stessa altezza e fare di lui un mangiatore convinto e sorridente. Tra l’altro ho anche letto che questi sono prodotti sostenibili, realizzati con materiali ecologici e biodegradabili, filati organici e insomma legno solido e resistente.

Quindi, visto che ora ho imparato a chiuderlo e ad aprirlo e soprattutto a usarlo, vi beccherete un bel po’ di foto di V Stokkizzato. A Milano e in Scandinavia. E quando arriveremo in Norvegia ad Ålesund ci sarà la banda ad accoglierci. Come minimo.