Mi manchi, Amy: I love U! E Stoccolma le dedica una mostra

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Amy Winehouse
Amy Winehouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È vero, questo ha poco a che fare coi baby, il viaggio fino a Capo Nord e gli scandinavi. Lo so. È che io ho provato a non pensarci, ma appena l’ho vista sulla copertina di Vanity Fair mi sono resa conto che Amy Winehouse mi manca. Oggi sono 4 anni esatti che se n’è andata: avevo un bicchiere di champagne in mano e un vestito fucsia vintage addosso quando mi hanno chiamato dalla redazione di Max per avvertirmi. Ero al matrimonio di una persona che ai tempi amavo. A lei e al marito avevo regalato due iPod con LA colonna sonora definitiva per una vita-per-sempre-felice e, dentro, ci avevo messo anche Back to Black.

Comunque. Qualche giorno prima mi avevano chiesto di fare un ritratto di Amy. Avevo scritto spesso di lei e in quei giorni avevamo capito che avrebbe potuto accadere qualcosa di irreparabile. Non so come o perché lo avessimo intuito, ma nel momento in cui mi è arrivata la telefonata sono scesa dai tacchi, ho appoggiato i piedi sul prato e ho pianto. Davvero.

Poi sono tornata a Milano e ho aggiornato il pezzo. Che è diventato un coccodrillo. Anzi, una copertina/coccodrillo.

Però, ancora oggi, tutte le volte che vedo una foto di Amy mi si stringe il cuore. La prima volta che l’ho incontrata aveva solo 20 anni ed era una bella ragazza paffuta della working class che parlava con un accento cockney irresistibile. Niente a che fare con quel che è diventata dopo, povera stella.

Amy Winehouse ritratta nella sua casa di Camden
Amy Winehouse ritratta nella sua casa di Camden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno si era presentata in tuta Adidas e scarpe da ginnastica. Senza trucco. Aveva la pelle rosa, liscia, fresca di gioventù. Profumava di caramelle.

Diceva che la sua arte era tutto e che della fama non gliene fregava niente: voleva fare la musicista, ok? Era il 2003 e aveva pubblicato Frank, il primo disco. Era dedicato a un ex fidanzato che, guarda un po’, l’aveva trattata assai male. «Riesco a scrivere solo cose personali, che ci posso fare? Va così, è più forte di me». Le avevo fatto i complimenti perché ai tempi mi arrivavano decine di cd a casa ogni settimana e non riuscivo neanche ad ascoltarli tutti, ma il suo aveva una copertina fucsia e quindi l’avevo inserito nel cd player dello stereo e avevo scoperto che: era FAVOLOSO.

La nostra era stata la classica chiacchierata tra ragazze. Eravamo nella sede milanese di Universal ma era come se fossimo nella nostra cameretta. E ai tempi, forse, ne avevo combinate di più io di Amy. Se non altro solo per una questione anagrafica.

Non avrei mai immaginato che, qualche anno dopo, se ne sarebbe andata in giro con la cofana, gli occhi dipinti e completamente strafatta. Oltre che spaventosamente dimagrita, sia chiaro. Quindi, per me, lei resta la girl di cui sopra.

 

Visto che gli scandinavi sono sempre avanti sappiate che se passate da Stoccolma la galleria Movitz fino al 26 luglio le dedica una mostra. Con foto di Amy da piccola e in versione teen.

Invece, Amy Winehouse. The Girl Behind The Name, il film di Kapadia arriverà in Italia il 15, 16 e 17 settembre. Il Guardian lo ha definito un capolavoro. Io ho guardato il trailer e mi sono emozionata. Ve lo regalo, va.

 

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