Trollbeads, la neve!

E alla fine, dopo un’estate incandescente in cui l’abbiamo a lungo sognata e otto giorni d’esplorazione, l’abbiamo trovata: la neve ad agosto l’abbiamo vista e toccata lungo la scenografica strada che arriva a Geiranger.

Non pensavamo  fosse possibile arrivarci tanto vicino. Invece, a un certo punto, ci siamo finite dentro quel che restava dell’ultima nevicata. Un fiocco di neve magica (Frozen), un cuore di cristallo (Anna) e il ghiaccio diacronico (Elsa) capace d riflettere qualunque sfumatura di colore: sono questi i Trollbeads che abbiamo aggiunto io e Berenice alle ultime tappe gelate.

In più, la B ha avuto in dono Bimba, un bead di vetro di Murano rosa confetto.

E stamattina si è svegliata con un troll sul cuscino che assomigliava a quelli che avevamo nel giardino. Sorpresa. Ad Ålesund è comparso il bead art nuoveau, invece: le ragazze di Trollbeads hanno fatto un ottimo lavoro perché sono proprio state loro le prime a dirmi di questo paesino norvegese distrutto completamente da un incendio e ricostruito da zero nel 1906. Tutto in stile art nouveau che, da queste parti, si dice Jugend stil.

Norvegia on the road day 1

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Primo giorno on the road in Norvegia. Chilometri da percorrere con la Bmw Grand Tourer  306. Il tempo è incerto, il cielo non riesce a decidersi se scatenare una tempesta sopra di noi o lasciare che il sole continui a baciarci. Nel dubbio, salutiamo Bergen, le sue montagne e i trolls natalizi. Il navigatore ci indica subito la strada più breve, noi scegliamo una piccola deviazione panoramica.

Quindi, mentre gli abeti ci fanno ciao noi ci infiliamo in un dedalo di piccoli tornanti ricamati d’erba così verde da assumere la solita tonalità fosforescente sotto i raggi al neon del sole perennemente sullo zenit. Il fiordo ci mostra tutta la sua disarmante bellezza e poi compaiono le prime cascate d’acqua ghiacciata: evviva.

Ah, abbiamo anche provato il traghetto da Oppedal a Lavik: venti minuti di vento gelido, un caffè potente e gli occhi puntati sul Sognefjord davanti a noi.

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Verso l’una scopriamo il primo lago e un prato dove una famiglia di norvegesi fa camping. Più in là due bambini bianchi bianchi sfidano il gelo e giocano in acqua. Nudi. Un duenne dai capelli rossi emerge dai flutti, attraversa la strada e corre scalzo e senza niente addosso ma molto felice sull’asfalto. Davanti a lui il padre cammina vestito, incurante del baby con la pelle d’oca. Differenze culturali 1 tra noi e loro: ai vichinghi 15 gradi sembrano 30; noi appena la temperatura scende sotto i 20 mettiamo il piumino. Da qui si evince la loro superiorità. Fisica.

Pecore e mucche punteggiano i fianchi delle montagne che si tuffano in una quantità impressionante di acqua: laghi, fiumi, ruscelli, cascate. E l’acqua è così cristallina che le casette rosse vi si specchiano dentro perfettamente, come fossero specchi. Se fossimo in Italia avremmo l’imbarazzo della scelta tra trattorie/baite/bar ricolmi di delikatessen locali. Differenze culturali 2 tra noi e loro: si fa fatica a trovare un caffè, una birra e un piatto caldo. E appena scopri una specie di tavola calda aperta fino alle dieci di sera (gli altri posti chiudono alle 20.30) le ragazze al bancone sono russe, maleducate e cucinano peggio di me e insomma il salmone alla griglia è appena decente. Peccato.

Però il sole continua a splendere e dopo cinque ore di viaggio, un pic nic e centinaia di foto appena arriviamo in hotel a Hornindal la vista è spettacolare.

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Bergen baciata dal sole 

Che qui accade assai raramente: questo è il quinto giorno d’estate, si diceva al bar. Quindi si merita una gallery. Voilà.
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Scatti vari al fish market di Bergen.
  
  
  
  
  
  

La stavkirke di Fantoft ricostruita dopo l’incendio degli anni Novanta. La trovate nel bosco, accanto a un quartiere residenziale. Nessun cartello segnala la sua presenza.

Il negozio di Babbo Natale (con lui vestito in borghese)

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Bergen è uguale a Frozen

Bravi, l’hanno disegnata esattamente come appare: Arendelle è uguale a Bergen e io sono venuta fin quassù per verificarlo. Quindi sì, è vero, i ragazzi della Disney hanno replicato perfettamente dentro Frozen ognuna delle 61 casette di legno del ‘400 che hanno costretto pure l’Unesco a dichiarare questa fiabesca città Patrimonio dell’Umanità. E in uno dei negozietti del porto ho trovato perfino la versione adulta del vestito di Elsa, ma non l’ho presa: «Vabbè mamma, ma che te ne fai? Piuttosto: mi compri un troll? E un cappello, ho le orecchie gelate. Anche un paio di guanti, magari».

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Siamo in Norvegia, evviva. La temperatura è crollata sotto i 15 gradi, le ragazze se ne vanno in giro in shorts, cerata e stivali di gomma, noi in piumino e siamo fortunati che oggi non piove in una città dove, abitualmente, per 269 giorni all’anno diluvia. Al mercato del pesce sono spuntati i primi italiani e chevelodicoafà: sui banconi un tripudio di crostacei e salmoni selvaggi cucinati in qualunque modo, granchi reali da 15 chili l’uno, halibut, bistecche di balena e spiedini di calamari, sandwich ripieni di gamberetti e maionese e uova che solo a guardarli il colesterolo schizza a 200. In alternativa hamburger di renna e hot dog d’alce. Ah, e i prezzi sono ridicoli. Per un piatto non spendi meno di 30 euro e se entri in panetteria un croissant costa almeno 5. Ve lo giuro. Inoltre, proprio nel cuore di Bryggen vendono corna di Bambi, alci e renne per neanche 15 euro, ma si può?

Però nei negozi d’arredamento vedi cose che neanche a Milano e i prezzi sono gli stessi. Il design nordico è favoloso e ingegnoso e mi fa venire in mente solo che forse io, nella mia vita precedente, devo essere cresciuta tra i boschi di conifere di queste parti perché mi basta vedere una sedia ed è come se davanti a me ci fosse la mia trisnonna. Sento che se avessi la connessione a internet, una casetta bianca con il tetto rosso sul bordo di un fiordo e il sussidio garantito dello stato norvegese potrei vivere qui felice. Per sempre.

Comunque. La guida sostiene che solo se sei un bambino puoi vedere un troll, altrimenti niente. Quindi per tutta la giornata ho dovuto inventare storie sui folletti che qui abitano nelle foreste, hanno la coda e sono ritratti in ogni negozio di souvenir. Li trovi perfino in cima al monte Floyen che raggiungi con una funicolare aggrappata alle rocce fino a 320 metri. Scendi dal trenino e, oltre a una vista spettacolare di Bergen e i suoi fiordi, hai davanti a te il più incredibile parco giochi all’aperto che io abbia mai visto, con scivoli tra pini secolari, altalene rotanti, scivoli incastonati tra muschi, licheni e quell’erba fresca e morbida e profumata che pensi esista solo nei libri illustrati per bambini.

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Invece, qui è tutto vero e il percorso del troll è un favoloso sentiero tra alberi giganteschi e magnificenti. E insomma ne abbraccio un paio prima che scatti l’ora di cena.

Sono le 9 di sera, la luce è ancora bianca e intensa quando la cameriera ci porta in tavola un secchio di gamberi della Groenlandia al limone e cozze e patatine fritte che ci sfami una famiglia di Cuneo. Dopotutto, domani è un altro giorno: salute, neh.

 

 

Che dune in Danimarca

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E poi, all’improvviso, il deserto. Compare come dentro un sogno, dopo che hai superato boschi di pini e prati di enormi margherite dove hanno piantato cartelli con su scritto: «Attento all’alce»; «Guarda che potresti incontrare una slitta trainata dai cavalli».

Dicesi Rabjerg Mile, un miglio fatto di dune disegnate ogni giorno dal vento che quassù soffia senza sosta e sferza l’erba e i capelli e la faccia in un modo che ti ricorderai per tutta la vita. La Berenice è completamente esaltata e scivola sui fianchi delle collinette di borotalco urlando: «Yeeeeeeah!». Dopo sette minuti Vittorio ha granelli di sabbia perfino dentro un orecchio, quindi mi trascino 17 chili di bebè giù per il Mile e arrivo in fondo chiedendomi: perché? Ma ormai siamo qui, balliamo. Cioè, viaggiamo. #BMWStories

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Partiamo. La meta è Hirtshals, un paesino alla fine del mondo danese dove trovi traghetti grandi e rossi che ti portano ancora più a Nord, perfino in Groenlandia. Arriviamo in largo anticipo e, per caso, scopriamo un piccolo magnifico faro tutto bianco. Con le rose selvatiche che gli crescono sopra e lo trasformano in uno di quei quadretti che trovi sfogliando il sussidiario della prima elementare. Sembra impossibile ma qui, durante la seconda guerra mondiale, dai loro bunker di cemento armato i tedeschi controllavano il Mare del Nord. E tutti i giorni si godevano una vista spettacolare.

È ora. Ci imbarchiamo sulla Fjord Line. Bye Bye Danimarca. Buongiorno Norvegia.

PS: ho ingoiato una manciata di pillole di ibruprofene americano e sono salva. Miracolosamente guarita. Grazie, Sara. Manchi.

 

 

Ma che vento c’è a Skagen? Siamo sulla punta più a Nord di Danimarca #BmwStories

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Se decidete di partire e venire fin quassù ricordatevi di non commettere il mio errore: mi illudevo che il sole fosse diverso dal nostro, che la sua potenza fosse flebile e che insomma non mi sarei mai bruciata, figurati. Così non ho portato la crema solare protezione 50 e oltre che viaggia sempre con me. Risultato: ho la faccia abbrustolita e assomiglio alla zia di un pescatore di balenottere. Maledizione.

La luce bianca perennemente puntata sulle 12.30 fino almeno alle 10 di sera mi ha stancato. Non perché non riesca a dormire bene, anzi. È che ti impone inconsciamente di essere super attiva e quindi ti dimentichi che, forse, alle 20 e con due bambini sarebbe il caso di organizzarsi per la cena.

Comunque. Abbiamo percorso 225 km in totale comfort sulla nostra BMW Gran Tourer #BMWStories che è automatica e neanche te ne accorgi che stai guidando. Cioè, è come se macinare centinaia di chilometri al giorno fosse la cosa più normale del mondo e anche piuttosto rilassante. Soprattutto mi sono resa conto che viaggiare con un navigatore che ti guida è: riposante, corroborante e ti fa immaginare un pianeta meraviglioso in cui tutti si vogliono bene e se ne vanno in giro con il sorriso stampato sulla faccia.

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Per dire. Non abbiamo neanche litigato su quale fosse l’opzione migliore per arrivare a Skagen, semplicemente ci siamo affidati a Miss BMW Parlante. Quindi, eccoci nel paesino che segna sulla mappa la fine della Danimarca. Le case sono tutte dipinte di giallo, i tetti sono rossi e lo stroget è pieno di danesi in vacanza dalla vita. Più o meno. Esci dall’auto e l’odore dello stoccafisso ti si appiccica alle narici: incredibile, mai provato qualcosa del genere. Tutto sa di mare, pesce e gabbiani. E la B è entusiasta della camera che ci hanno assegnato: una gigantesca mansarda in bianco e nero sui tetti di Skagen con la stella di David alle finestre. Probabilmente, un’ex sinagoga eretta proprio davanti alla stazione dei treni e che oggi si chiama Foldens Hotel 2.

Da qui Grenen, la punta più a Nord di Danimarca, dista una decina di chilometri. Parcheggi e poi ti fai altri 2 chilometri a piedi tra le dune d’erba e rose selvatiche. Noi, invece, ci siamo concessi il lusso di salire sullo Sandormen (25 corone gli adulti, 15 i bambini dai 4 anni in su), un bus trainato da un trattore che ti porta sulla spiaggia dove i due mari si abbracciano. Anzi, si scontrano. Infatti è vietato fare il bagno: le correnti sono così violente che rischi di lasciarci le penne.

Ma poi, indipendentemente dalla temperatura e dalla stagione, ti togli scarpe & calze e corri lungo la lingua di sabbia di neanche un metro dove i flutti del Mare del Nord e del Mar Baltico si annullano e si fondono. E sono perlopiù i bambini del Nord, rigorosamente in mutande, ad avventurarsi tra i cavalloni. Noi ci siamo limitati a immergere i piedi nudi proprio nel punto in cui l’acqua è più frizzante. Non mi sembrava neanche vero, di non soffrire affatto il freddo.

 

Mi sono ispirata alla disinvoltura con cui una famiglia scandinava con 5 figli mezzi nudi e 4 husky si faceva fotografare dal papà in bermuda. E alla fine abbiamo trovato un granchio, un nuovo Trollbeads (si chiama Sabbia Marina e dalla foto intuite perché) e tutto l’amore che ci vuole per proseguire verso Capo Nord.

PS: però io ho già una linea di febbre e ho inaugurato il piumino, evviva.

 

Aarhus e il suo Trollbeads

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Momento Trollbeads. All’inizio le ragazze consigliavano un bead di vetro di Murano colorato che tra le sue piccole onde d’arancio suggeriva un fiume,  quello su cui si affaccia Aarhus.

Ma a me convinceva di più la moneta dei Troll perché unisce davvero milioni di persone nella stessa passione per questi magnifici ciondoli disegnati a mano uno per uno. E non solo perché avevo letto che questa era, appunto, la città numero 1 dello shopping scandinavo. Quindi una moneta mi pareva la scelta più appropriata.

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In realtà mi ha convinto il cuore stampato sull’altra faccia della monetina d’argento. Perché io amo il Grande Nord e questo viaggio, in teoria, dovrebbe essere un abbraccio lungo 23 giorni. Siamo al terzo, ora. Vero Berenice?

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Aarhus? La città della cultura 2017

Prima osservazione. Qualcuno dovrebbe spiegarmi per benino come vanno davvero certe cose in Europa: Aarhus sarà la città della cultura 2017 e mi domando perché. Ok, è la seconda di Danimarca con 325mila abitanti (di cui 60mila solo studenti) e l’ente del turismo strilla sui depliant che è pure la prima meta dello shopping in Scandinavia. Ciò significa che fanno assai bene il loro lavoro visto che questa è solo una graziosa cittadina sul mare con una cattedrale di mattoncini bruni (con la navata più lunga del Paese, secondo Lonely Planet: 100 metri) e una fontana a spirali dentro cui i bambini tuffano piedi, mani e qualunque cosa assomigli a una nave.

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Comunque. Il tema grazie al quale alla fine del prossimo anno troverete una moltitutine di articoli su Aarhus sui nostri giornali è il seguente: “rethink”, cioè ripensare il modo in cui viviamo, quindi sperimentare, provare insomma altre strade.

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Secondo. Lo stroget, la via dello struscio, non è granchè quindi abbiamo seguito il corso del fiume, una specie di naviglio ma pieno di verde, zero zanzare e un sacco di giovani in canottiera e famiglie al sole. E  proprio lì abbiamo trovato un  mercatino di abiti & giocattoli usati con un’atmosfera a metà tra Camden e la piazza dei fiori di Amsterdam e hipster pronti a venderti qualunque cosa dalle corna di piccoli cervi fatti fuori in gita con papà alla la ruspa di quando avevano 3 anni e mezzo o giù di lì. Che è quello che ho sempre voluto fare io: svuotare l’armadio e la stanza dei bambini, scendere al parco e vendere tutto. Invece.

Dopodiché siamo entrati a Den Gamle By, che sarebbe la città vecchia e invece è un parco giochi per adulti in cui ogni casetta colorata replica quelle del glorioso passato danese. Quindi schiacci review e ti ritrovi in un Luna park dell’800, uno di quelli in cui andava Hans Christian Andersen a cercare ispirazione: vedi altalene a forma di barchetta, calcinculo di latta, bowling di legno e giovani riccioluti col cilindro da prestiguatore. E, un po’ più in là, le famigliole danesi che fanno pic-nic pantagruelici. Sì, perché da quel che sto capendo qui ogni occasione è buona per tirarsi dietro il solito carretto di legno zeppo di cibi, birre e borse frigo di design.

E poi si entra nel Novecento con le prime pompe di benzina e i telefoni del ’27. Altra data fondamentale, il 1974: quindi hanno ricreato una comune, ma anche una famiglia tipo di quattro e una donna single. Giuro. Eh, sono molto didascalici.

La terza questione su cui ho riflettuto per tutta la giornata è la seguente: qui appena fai un figlio e superi i 30 anni ti lasci crescere i capelli bianchi come fosse la cosa più normale del mondo. Il che può avere due significati opposti: la definitiva liberazione delle donne (soprattutto le more) dalla schiavitù della tinta, quindi dal cliché che ci vuole tutte belle, perfette e sorridenti fino alla fine dei nostri giorni; oppure la resa al passare del tempo e alle nostre aspettative come se sposarsi, ma soprattutto diventare madre, le mettesse al riparo da qualunque altro desiderio. Per la serie, tanto vale rassegnarsi.

E mentre stavo pensando che a me non accadrà mai ci siamo ritrovati nel mezzo di un’opera lirica nel parco, proprio davanti al museo d’arte contemporanea Aros. Quindi i bambini si sono messi a giocare con un aereo/balena, una coppia di cinquantenni si è accomodata sul prato e ha aperto il cestino del pic nic (!) e io mi sono fatta una Tuborg. Tanto vale vivere.