Un sogno chiamato Florida

Accomodarsi in poltrona al cinema e guardare Un sogno chiamato Florida è come assaggiare un gelato all’arancia e accorgersi che è un po’ troppo aspro. L’idea di Sean Baker, regista di Tangerine (girato tutto con un iPhone e pluripremiato), è la seguente: filma un’estate qualunque ai bordi della US Highway 192 e dimostra che si può anche vivere ai margini del “luogo più felice della terra”. Basta avere sei anni, senso dell’avventura e la meravigliosa spensieratezza che solo i bambini riescono a conservare anche nelle situazioni più assurde.

Qui infatti i protagonisti sono Moone e i suoi amichetti che vivono accanto a Disney World, in quella gigantesca tangenziale costellata di motel e negozi cinesi di souvenir in cui assaggiano il sapore della libertà correndo nei prati (sì, ne esistono ancora) eccitati dall’incredibile sensazione che in quell’istante della vita tutto può essere davvero ancora possibile.

Ok, questo è anche un racconto iper realistico, disilluso e senza paura sulla miseria dei disgraziati con famiglia in America. Quelli che vivono a Kissimmee, dormitorio dei lavoratori stagionali di Disney World a una manciata di chilometri da Orlando, hanno un tasso di povertà del 25,6% e, tra loro, il regista ha deciso di mettere in scena la vita di madri single (a proposito: in America esistono solo ragazze madri?), nonne con nipoti a carico e padri senza un straccio di lavoro che si sono rovinati con la bolla dei mutui e non possono permettersi di pagare un deposito per un appartamento in affitto.

Dunque, sborsano 40 dollari a notte per dormire al Magic Castle Inn and Suites (esiste davvero) gestito dal classico burbero dal cuore di panna Willem Dafoe (candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista).


La vera bella nuova scoperta del film è Brooklynn Prince, una delle baby attrici più dotate dai tempi di Drew Barrymore. Con quel broncetto un po’ così sempre su e le smorfie in modalità diva di Hollywood nature riesce a dare lezioni di recitazione ogni volta che guarda dentro la telecamera.
Valeria Cotto (Jancey) è stata reclutata dentro un negozio della catena Target a Kissimmee, notata grazie ai suoi capelli rossi fosforescenti e Bria Vinaite (Halley), la madre-bambina degenere più deliziosa degli ultimi cinque anni, è stata scelta con un casting su Instagram.

E anche se fa la parte della tatuata dai capelli blu incapace di trovarsi un qualsiasi lavoro onesto, finisci per innamorartene. Soprattutto quando la cameriera le chiede il numero della camera e, mentre Moonee si sta abbuffando abusivamente al buffet delle colazioni di un motel, lei con la faccia più sicura e sprezzante della storia del cinema sul white trash sorride e spara un numero a caso. Facendola franca.

È in quell’esatto momento che io mi sono detta: non ho mai fatto la lapdancer né mi ha mai sfiorato il pensiero di vendermi in una camera di un motel (vedi Halley); ho sempre lavorato per offrire il meglio ai miei figli. Solo che nessuno dei due, ancora, mi ha guardato con quegli occhi traboccanti amore e gratitudine che ha Moonee nel film tutte le volte che fissa la sua mammina. Perché?

 

Del perché sciare favorisce incontri speciali a Cortina, Antagnod e Champoluc

E comunque da oggi non si scia più. Nel senso che fine, stop, arrivederci, la stagione si è chiusa: la neve ormai ha la consistenza della granita al limone, il sole ogni giorno prova a sbucare da dietro le nuvole (con scarsi ma ammirevoli risultati), e i miei scarponi da sci non ce la fanno più. Quindi è deciso, dopo 15 anni di servizio sono pronta a disfarmene e già fremo all’idea di trovare un grandioso deal su Internet per tornare in pista con un paio di sci finalmente alla mia altezza.

Però quest’anno sono riuscita a convincere la Berenice che sciare fa assai bene, allunga le gambe e i muscoli della schiena, ti aiuta a vincere la paura, ti trasforma in una regina (delle nevi), ti mostra come potrebbe essere la vita se anche tu avessi un paio di ali, ti porta in posti magnifici, ti procura amicizie e incontri molto speciali. Sì, è social.

Per dire. A Pasqua ho trascinato la mia famiglia a Cortina e ci siamo trovati a ordinare zuppa di lenticchie & vari Prosecchini accanto a Flavio Tosi, il sindaco di Verona. Che si è sorbito Vittorio e le sue sceneggiate per tre sere di fila e non ha neanche mai espresso il desiderio di cambiare tavolo, esiliarci in un angolo buio e isolato, fare fuori i più piccoli: «Ma ci mancherebbe». Un sant’uomo, ci credo che è fuoriuscito dalla Lega.

Comunque. Quest’anno l’inverno ci ha dato grosse soddisfazioni e abbiamo conosciuto persone incredibili. Sempre a Cortina d’Ampezzo, provincia di Belluno, sulle Dolomiti c’è un posto che si chiama passo Falzarego. Proprio lì Raniero un giorno ha preso in gestione il rifugio Col Gallina, ci ha investito tempo, idee e moltissima passione e lo ha trasformato in un luogo fiabesco dove organizza feste, cene romantiche, passeggiate con le racchette da neve. Ha un figlio di 16 anni, Kevin: pochissimi dei trentenni che ho incontrato in tutta la mia vita sono mai riusciti a sembrare così saggi, calmi, misurati, intelligenti. Con lui si è messo a ricostruire una trincea e un paio di baracche aggrappate alla montagna che guardava l’Austria e che ci riamo ripresi nella Grande Guerra. Ecco, oggi organizza proprio lì tour gratis per le scuole elementari locali ed escursioni in motoslitta con pranzo/cena & rievocazioni storiche. Oppure, vi fa provare le fat bike, le nipoti delle vecchie BMX degli anni Ottanta, ma con le ruote ciccione. E tornate bambini. Se passate di qua chiamatelo, ditegli che vi ho mandato io ( +39 0436 2939, +39 339 4425105) e poi fatemi sapere.

Ah, si è pure inventato la Starlight Suite: è una specie di carrozza di vetro dentro cui dormirete sotto le stelle, in cima al Lagazuoi; e l’ultimo a passarci la notte è stato un cantante italiano molto pop, non so se mi spiego. L’esperienza prevede una cena al rifugio, tragitto in motoslitta alla stanza, notte al chiar di luna, ritorno e colazione al rifugio. Totale, 300 euro. Non male, eh?

In Valle d’Aosta, invece, ho sciato con una vecchissima conoscenza che passa l’inverno a Champoluc, conosce praticamente tutti, si veste di giallo canarino, mangia molto, ma non si nota per niente: grazie per la discesa e il ritorno al futuro, Angelo. La Berenice chiede se possiamo incontrarci ancora al Campo Base. Secondo me si può fare, avvocato.

Eppoi sono riuscita a passare tre giorni ad Antagnod, poco più sotto, con una scienziata. Veramente. Sua figlia è nella stessa classe della Berenice ed entrambe hanno preso 8 in condotta, solo che la Virginia scia decisamente meglio. E per forza, appena nevica sale su e fila via sugli sci come una gigantista da quando aveva 4 anni. Per padre ha un epidemiologo però quando ci siamo trovati tutti insieme a cena non mi sono sentita troppo a disagio. Virginia ha due occhi verdi grandi così e un fratello, Tommaso, che a scuola ottiene risultati sorprendenti; è anche un bambino gentile (grazie per le scuse finte, eh!).

Poi c’è Giusy, la scienziata di cui sopra, che lavora allo Ieo e sta cambiando il mondo con le sue ricerche mentre gran parte dei suoi colleghi (e i loro cervelli) scappano all’estero. Ecco, io dico che sono felice di aver sciato anche con lei per tre ragioni: 1) perché ho la prova provata che scio perfino meglio di una scienziata (yes!); 2) litighiamo da tre anni, ma adesso credo che possiamo forse, finalmente, definirci quasi-amiche; 3) solo quando condivido le mie giornate con persone di valore  ho la certezza di non aver sprecato il mio tempo.

Quindi quest’estate non ci resta che cercare la neve sulle piste di Argentina, Cile o Nuova Zelanda. Partiamo?