Cinque cose che ho imparato dagli Svedesi

– 18

Alexander Skarsgård nudo nello spot di True Blood1 Il freddo fa bene
I bambini, soprattutto i neonati, al freddo e al gelo dormono che è una meraviglia: «Respirano meglio e s’addormentano subito», mi ha spiegato una volta una guida. Infatti negli asili nido la zona nanna è all’aperto, lo giuro. E anche se nevica è consuetudine mettere la culla sul terrazzo. È per il bene del bebè. Dopodiché quando ho notato una fila di carrozzine e passeggini fuori dai bar (coi baby sotto le coperte, of course) ho capito che fanno sul serio. Si trovano bene così, valli a capire.

2 ÖNSKEDRÖM ha un senso
Tutti gli oggetti Ikea che sono finiti in casa nostra hanno dei nomi impronunciabili. Ma non sono stati affibbiati senza una logica precisa. Per esempio le tende, gli asciugamani, le tovaglie, le lenzuola, le coperte e insomma tutti i prodotti tessili che avete comprato hanno nomi di donne scandinave. Le sedie, chissà perché, portano i nomi di uomini del Grande Nord.

3 Evviva le donne
Women rule. Cioè, in parlamento il 44% degli eletti è donna. Non solo. Il vescovo di Stoccolma si chiama Eva Brunne: luterana, è lesbica e ha avuto un figlio dalla compagna Gunilla Linden, pretessa pure lei. La loro unione è registrata in comune. Più avanti di così non si può.

4 È la Svezia, bellezza
Tu atterri in un qualunque aeroporto svedese e non te ne capaciti. Ti chiedi: «Ma come fanno a essere tutti biondi, con gli occhi azzurri e bellissimi?». Poi arrivi in una qualunque città della Svezia e hai la sensazione di essere capitata su un nuovo pianeta popolato solo di persone sexy, sorridenti e accoglienti. Per non dire di quando entri in una sauna dove trovi persone sexy, sorridenti, accoglienti e senza vestiti. Grazie, Dio.

5 Uno svedese per tutti i gusti
E non è finita. Mai sentito parlare dei fratelli Skarsgård?
Bisogna ringraziare papà Stellan, lo Sputafuoco in i Pirati dei Caraibi, il Gran Duca in Cenerentola, l’attore di Göteborg che ha spaccato a Hollywood insomma. Ecco, è il padre di Alexander Skarsgård (vedi foto di apertura), quello di True Blood nonché neo fidanzato della socialite Alexa Chung. È bene che sappiate che oltre a lui (bello come il sole) esistono anche Gustaf, Bill, Valter, Sam. Quindi, tranquille.

Ecco: scarpe così comode che non vuoi più togliertele

– 18

IMG_1457

 

Non so a voi, ma a me le storie di successo hanno sempre fatto un gran bene. Perché mi fanno credere che tutto sia davvero ancora possibile: per tutti noi, in qualunque parte del mondo abitiamo. Quindi, vi voglio raccontare questa che, di nuovo, ho scoperto per caso.

Un giorno vado su Internet e compro un paio di scarpe per Vittorio: perché erano piuttosto convenienti, sembravano comode e insomma ero soprattutto di fretta.

E quando arrivano che succede? Il quasi duenne impazzisce di gioia, vuole indossarle subito, camminarci e come si diverte. È così a suo agio che ci vuole perfino andare a dormire. Sì, non se le vuole proprio più togliere (vedi foto).

Quindi diventano le sue scarpe preferite. Il marchio si chiama Ecco, è danese e la prima volta che l’ho visto è stato in Francia, una decina di anni fa. Così indago e viene fuori che ad oggi ha prodotto 350 milioni di scarpe, ha 19.500 dipendenti di 57 nazionalità diverse e vende sandali, sneakers, stivali, scarponcini, décolleté, borse e cinture in 87 paesi.

E ora la storia. Karl Toosbuy aveva un sogno: vendere scarpe comode a tutti. Faceva il calzolaio e, a un certo punto, avrà avuto poco più di 30 anni, gli affidano la direzione di una fabbrica di scarpe a Copenaghen. Ma le cose non ingranano, il business non è suo e lascia perdere.

Lascia un lavoro sicuro, vende casa e si trasferisce con la moglie Birte e Hanni, la figlia di 5 anni, a Bredebro sulla costa occidentale della Danimarca, a nord del confine con la Germania. È il 1963 quando affittano un piccolo appartamento, trovano una vecchia fattoria e la trasformano in una fabbrica. Questo in un paesino dove è l’agricoltura a dare da mangiare a tutti.

Ma Karl ha sempre il suo sogno. Pensa che siano le scarpe a doversi adattare al piede e non viceversa. Quindi dà la priorità alla funzionalità, poi al design. Ecco è un avverbio italiano, ma lui ancora non lo sa: gli piace il suono che fa e lo usa come marchio. Infine, sceglie pelli morbide e soffici e le sceglie una per una. Comincia a disegnare scarpe da donna con il marchio Venus. Gli affari vanno così così, ma i Toosbuys resistono perché sanno che le loro scarpe hanno grandi potenzialità. E poi sono il loro sogno.

Infatti. Alla fine degli anni ‘70 Ejnar Truelsen disegna le scarpe Joke e finalmente Ecco spacca. Da quel momento in poi comincia la rivoluzione delle scarpe confortevoli, piene di grazia e di qualità. Grazie all’acquisto della macchina a iniezione diretta che introduce finalmente la tecnologia, il marchio danese si fa conoscere nel mondo come icona di design e comfort.

Che è il motivo per cui Vittorio impazzisce per le sue scarpette blu. Le porteremo con noi fino a Capo Nord, of course.

Cinque cose che non sai sulla Norvegia

-19

Schermata 2015-07-19 a 10.00.00

 

 

 

Ce ne sono parecchie altre che, magari, non sapete sulla Norvegia. Per ora accontentatevi di 5 cose che ho scoperto di recente. Poi, fatemi sapere che ne pensate.

1. In Lilyhammer, serie top che Sky ha dato per due stagioni di fila, c’è una scena in cui un gangster newyorchese entra in un supermercato, compra una lattina di aranciata, punta la pistola alla testa del commesso e dice: «Ma mi prendi per il culo? Dieci fottuti dollari per un drink?». Reazione (senza arma da fuoco) che ho avuto più o meno anch’io. Perché la Norvegia è il paese più caro del mondo. Però, dopo la Svizzera, è quello che ha gli stipendi più alti d’Europa: 55.370 euro è la media. Quasi quasi, se qui va tutto in malora, mi ci trasferisco.

2. A Sandhornoya, in pieno Circolo Polare Artico, hanno aperto la sauna più grande del mondo: ogni sabato fino a settembre accoglierà gratis 100 persone. Volendo, si può anche affittare una capanna sulla spiaggia per rinfrescarsi. Devo verificare se ci passiamo coi baby. Anche se, ieri, la Berenice mi ha confessato che fare campeggio non le interessa: «E se poi i troll si arrabbiano?».

3. Le prigioni norvegesi sono le migliori del mondo. I detenuti hanno libero accesso a Internet perché questo fa parte della loro “rieducazione”. È anche per questo che uno come Anders Breivik, il terrorista solitario che il 22 luglio 2011 massacrò su un’isola davanti a Oslo 77 ragazzi, si iscrive all’università, dice di non pentirsi ma di voler studiare scienze politiche, e nessuno si indigna.

4. In Norvegia si realizzano i programmi tivù più noiosi della storia. La chiamano slow tv. Tipo: sono riusciti a trasmettere un viaggio in treno di 10 ore da Oslo a Bergen o la deposizione delle uova di salmone che è durata 18 ore. Il prossimo progetto della NTWK è riprendere una signora che lavora a maglia e che in 8 ore (appena) farà un maglione.

5. La Norvegia ha il più alto grado di alfabetizzazione del mondo. Per dire. Il governo acquista 1000 copie del libro di chiunque ne pubblichi uno e lo distribuisce gratuitamente nelle biblioteche statali. Ah, e l’università pubblica è gratuita per tutti, anche per gli stranieri.

PS: Harald V di Norvegia, re dal 1991, se ne va in giro in bus/metro e paga il biglietto. Bravo. Suo padre si chiamava Olav. Sì, proprio come il pupazzo di neve di Frozen.

Uh che caldo! E io sogno Capo Nord

-20

Sabato africano sognando la Norvegia. Coi baby ai due lati opposti del calor: Vittorio ad Alagna e la Berenice a Chiavari. Va così, questo weekend e pazienza.

Waiting for LegolandVittorio Stokkizzato ad Alagna

Quindi non me ne vogliate se il post sarà minimal. Ieri, però, ho trovato un libretto di un certo livello in libreria: Oltre Capo Nord. Viaggio di una donna allo Spitzberg di Léonie D’Aunet, Voland. Lei era una ragazza piuttosto smart perché nel 1839, a soli 19 anni, prende e parte per una spedizione alle isole Svalbard, in pieno Mar Glaciale Artco e senza piumino d’oca e Moon Boot, non so se mi spiego. La invia il re di Francia Luigi Filippo.

Léonie D'AunetÈ in quel viaggio che conoscerà il futuro marito, un ritrattista di corte. Dopodiché torna a Parigi e, guarda un po’, s’innamora di Victor Hugo. Di cui diventa l’amante, ca va sans dire.

Il fatto è che, ai tempi, le tirano le pietre. Così lei inizia a scrivere per riviste molto chic (i bei tempi andati della carta stampata: nostalgia) e insomma un bel giorno mette nero su bianco il diario della spedizione a Capo Nord. Va così bene che il libretto è ristampato 9 volte. Léonie è ironica, divertente, incredibile.

Irresistibile. Quindi ora torno sotto l’ombrellone a leggere, perché il suo spirito mi chiama. E io devo prendere appunti. Glorioso weekend a tutti, neh.

 

Trollbeads che viaggio!

-21

Lise Aagarad, la signora Trollbeads

La prima volta che ho visto Trollbeads ho pianto. Occhei, ormai ho una certa età e le lacrime in tasca, ma provateci voi a trattenerle davanti al video che vi allego: un minuto e rotti per raccontare al mondo che cos’è una mamma. Deve essere piaciuto anche a parecchie altre persone perché ha ricevuto un milione e 300mila click ed è diventato virale.

Ora, poiché spero che anche i video che girerà la Berenice in Scandinavia lo diventino, li ho chiamati per capire quale sarebbe la formula magica.

Mi hanno spiegato che ogni storia è a sé e che proprio non se la sentivano di sbilanciarsi. Però, sarà che sono tutte femmine e c’è pure qualche madre (ma assai cool, diciamolo), tra me e TROLLBEADS è scattato l’incanto e così abbiamo deciso di avventurarci insieme fino a Caponord.

E ora vi spiego meglio. È venuto fuori che TROLLBEADS è un marchio di gioielli danesi ed esiste dal 1936 quando Svend Nielsen, orafo, aprì un negozio in centro a Copenaghen: fu uno dei primi a usare la fusione a cera persa per lavorare l’argento che, ai tempi, fondeva e piazzava dentro a stampi di gesso di ogni forma e dimensione. Sua l’idea di creare i primi magnifici bead, cioè dei ciondoli artigianali che, inizialmente, riproducevano esseri fatati scandinavi che lassù chiamano troll, folletti. Ogni gnomo veniva poi agganciato a un laccio di pelle: i primi braccialetti erano così.

Tradizione che è stata abbracciata dal Soren, orafo pure lui. E da tutta la famiglia, ovvio. Ma è stato merito di Lise, l’altra figlia, se TROLLBEADS è diventato un marchio di successo: nel 1987 ha aperto un negozio di gioielleria a Lyngby e alla stringa di pelle ha sostituito un bracciale d’argento a cui ha aggiunto una chiusura a doppia apertura.

la famiglia di Trollbeads

Questo perché le sue clienti impazzivano per i beads e avevano cominciato a creare bracciali personalizzati che adattavano ai loro gusti, ma anche alle ricorrenze. Per esempio, li regalavano per i compleanni, i battesimi, le lauree, i diplomi e insomma ogni momento era buono per aggiungere un bead a un ricordo speciale.

E con la chiusura estraibile avrebbero potuto aggiungerne in quantità industriale. Da qui il successo dei gioielli componibili danesi in 50 paesi: ora di beads ne esistono oltre 500 e li trovate anche in vetro, oro, rame, argento, perla, ambra e pietre preziose.

Ogni bead continua ad essere realizzato a mano da un designer e ha una storia speciale da raccontare in ogni stagione e momento dell’anno. Dunque, appena le signore di TROLLBEADS hanno saputo del nostro viaggio, ci hanno proposto di comporre un bracciale che per ogni tappa avrà un bead. Un significato magico, ecco.

Berenice è entusiasta perché nella sua cameretta ha una moltitudine di scrigni che, da quando ha imparato a pronunciare la parola “gioiello”, contengono anelli, bracciali, collane, tiare e corone da ogni parte del mondo.

E quando ha trovato il catalogo in casa ha cominciato a sceglierli con l’evidenziatore. Ma non credo che saranno tutti rosa fucsia, amore mio. Stay tuned.

Bello lo Scoot di Stokke, ce l’ha pure Gwen (Stefani)

-22

Accendo il computer per trovare le istruzioni o almeno un video su come diavolo chiudere il nuovo passeggino e che cosa scopro? Gwen Stefani ne ha uno identico al mio ma rosso e insomma porta in giro il piccolo Apollo, 16 mesi, su uno Scoot di Stokke. Nella foto, accanto alla mamma c’è Kingston, 9 anni, uno in più della Berenice: lo avevo visto che aveva un paio di mesi, a Londra, prima che Gwen si accomodasse su un divanetto per raccontarmi del miracolo della maternità e di quanto apprezzasse però anche i miei nuovi stivali verdi di Miu Miu. Giuro.

Quindi un po’ mi emoziona rivederlo grande e sapere che il suo terzo fratellino (Zuma, il secondo, ormai ha 6 anni e va a scuola) ha più o meno la stessa età di Vittorio. Ma soprattutto mi sento anche un po’ più cool del solito a scoprire che pure la frontleader dei No Doubt ha scelto un passeggino norvegese.

È un mese che ho abbandonato la Bugaboo: dopo 8 anni e tre bambini e parecchi viaggi non ce la faceva più. È stato doloroso liberarcene, ma poi abbiamo scoperto che per l’avventura a Capo Nord lo Scoot sarebbe stato perfetto e quindi voilà, evviva il Made in Norway.

Mi sono informata. Stokke è un marchio storico di Ålesund, paesino marinaro sulla costa orientale della Norvegia: nasce nel 1932 e produce sedili per gli autobus e mobili. Ma poi diventa famoso per le poltrone reclinabili e le seggiole ergonomiche pensate per l’ufficio. Avete presente quelle rosse su cui avete visto appendersi/dondolare la collega nuotatrice/yogi/runner/vegana/ect? Ecco, le prime erano di Stokke.

Poi nel 1972 Peter Opsvik prende un bel po’ di legno e disegna il Tripp Trapp. E così, improvvisamente, il seggiolone che segue il bambino per tutta la vita trasformandosi in una sedia per la scrivania diventa prima un successo internazionale e poi un’icona del design. È a quel punto che Stokke si rende conto che il mercato dei prodotti per bambini è assai interessante e, applicando lo stesso concept, lancia un fasciatoio e poi una culla che crescono con il bebé diventando il primo una scrivania e il secondo un comodo letto da grande.

Ma è nel 2003 che le mamme iniziano a parlare di Stokke perché, a quel punto, i designer norvegesi s’inventano la Stokke® Xplory® la prima carrozzina di design che innalza il piccolo all’altezza dei genitori e polverizza i competitor abituati a realizzare catafalchi sì, ma molto bassi. Le prime a crederci sono le star di Hollywood che si fanno fotografare per L.A con il passeggino che assomiglia a un’astronave: felici e contente cantano «Higher is better», cioè Più alto è meglio.

Seguono le mamme metropolitane alla moda. Oggi molte di noi possiedono un Tripp Trapp (il mio è azzurro e magnifico, grazie Liana) e ringraziano Stokke per l’intuizione: avere il baby a tavola con noi significa condividere un momento di socialità fondamentale, vuol dire metterlo alla nostra stessa altezza e fare di lui un mangiatore convinto e sorridente. Tra l’altro ho anche letto che questi sono prodotti sostenibili, realizzati con materiali ecologici e biodegradabili, filati organici e insomma legno solido e resistente.

Quindi, visto che ora ho imparato a chiuderlo e ad aprirlo e soprattutto a usarlo, vi beccherete un bel po’ di foto di V Stokkizzato. A Milano e in Scandinavia. E quando arriveremo in Norvegia ad Ålesund ci sarà la banda ad accoglierci. Come minimo.

Sposati a prima vista Svezia

-23

Giuro che non l’avevo programmato. Riemergo da una dieci giorni di trasloco e ritrovo: il divano, la tivù e il telecomando. Metto subito su Sky e che cosa vedo? Matrimonio a prima vista Svezia.

Davvero. Neanche sapevo esistesse qualcosa del genere. Per ora, essendomi io sposata a Las Vegas, e in rosso, mi ero limitata ad appassionarmi di vestiti-da-sposa-come-Dio-comanda e relativi wedding televisivi sviluppando una perversa addiction per le versioni più tamarre (con una naturale e incontrollabile predilezione per le napoletane).

Ma quello che ho visto ieri sera supera ogni immaginazione. Del resto dopo che il 13 giugno Carlo Filippo, secondogenito belloccio e super sexy di Re Gustavo di Svezia, ha detto sì a Sofia Hellqvist, modella di intimo, spogliarellista e concorrente di reality nessuno ha fatto Oh!, da quelle parti. E gloriosi auguri agli sposi.

Comunque. Succede che uno staff di esperti – un mental coach (già), uno psicologo e qualcun altro esperto di numeri- studi le caratteristiche di sei esseri umani e li accoppi a tavolino.

In teoria, sulla carta, dovrebbero funzionare insieme. Quindi, a quel punto, c’è l’appuntamento al buio ma direttamente sull’altare.

Due sconosciuti si incontrano e si sposano nello stesso istante. Segue party. Dopo un mese e un po’ di sesso+menage casalingo decidono se fare coppia forever o divorziare: ve lo rigiuro.

So che esiste anche una versione danese, che è poi la madre di tutte le altre varianti. Ma mi è bastato vedere 15 minuti del reality made in Sweden per fare una manciata di riflessioni.

Uno. Perché in Svezia ci si sposa con un vestito di pailette d’oro o in giallo? L’oro non l’avevo mai considerato, ma Maria Vergine come dona.

Secondo. Facile sposare al buio un uomo biondo con gli occhi azzurri e che assomiglia a Thor anche a 50 anni e oltre. La domanda che mi sono posta più volte è: ma perché le invitate sono vestite da spiaggia o in stile discoteca anni ’80? Terzo. È ovvio che gli svedesi “sentano” tutto in un altro modo, rispetto a noi. Hanno tra i 30 e i 40 anni e si preoccupano molto dell’impressione che faranno sul loro partner, per nulla della tristezza che suscitano ai nostri occhi.

Cioè, la prima cosa che ho pensato è stata: possibile che uno sia così disperato e solo? Così dannatamente messo male da affidare a un team d’autori la sceneggiatura della propria vita?

Esponendosi al pubblico ludibrio pur di trovare qualcuno che si sieda sul suo divano a bere una tazza di latte davanti al camino? Ok, sono scandinavi e un po’ diversi da noi.

Sono curiosa di vedere la faccia della Berenice quando si accorgerà che a celebrare il matrimonio, in Svezia, ci sono preti donne. Vi aggiorno, tranquilli.

Intanto, date un’occhiata qui: trovate un quiz per testare quanto ne sapete di stereotipi sugli Svedesi.

 

PS: ogni martedì alle 21:10 su Sky Uno trovate Matrimonio a prima vista Svezia. Guardatelo, vi scongiuro. E poi fatemi sapere che ne pensate.

È a Stoccolma la Silicon Valley 2.0

-24

Io li ho visti, ci ho pranzato insieme e gli ho augurato Good luck, man!: 15 anni fa i nerds di Stoccolma sognavano di trasformare la propria città in una comunità hi tech e io lo scrivevo su Happyweb, il primo magazine che raccontava a tutti di tecnologia & futuro. E che fu tra i primi di RCS a morire, ma questa è un’altra storia, vero Sandro Gilioli?

Comunque. Sflogliando il Telegraph mi sono resa conto che ci sono riusciti.
Ora Stoccolma è la capitale europea delle start up ed è seconda solo alla Silicon Valley.

Mentre sto scrivendo sto ascoltando Spotify: se l’è inventato Daniel Ek, un ragazzo svedese di 23 anni, e ora vale qualcosa come 8,52 miliardi di dollari. Il servizio di musica in streaming è quel che in gergo si definisce un “unicorno” (e ci risiamo, leggi qui), compagnie tecnologiche assai rare nate dopo il 2003 e che hanno superato la valutazione di un miliardo di dollari. E che naturalmente hanno spaccato fuori dalla Svezia.

Come, per esempio, è successo a Skype (il primo unicorno svedese comprato da eBay per 2,6 miliardi di dollari nel 2005) o a Candy Crush (lo so che ci avete giocato almeno una volta, dài!).

Considerato che la Svezia ha solo 9,8 milioni di abitanti, cioè un pochino di più di quelli di Londra, il risultato è sorprendente. Ma è proprio per questo che gli svedesi si impegnano più di chiunque altro europeo: il mercato domestico è microscopico, quindi pensano globalmente.

Certo, il governo è stato lungimirante e già nei primi Anni 90 ha dato Internet veloce a tutti e la possibilità di comprare un computer scalandolo dalle tasse.
Quindi sono nati siti di file sharing come Kazaa e uTorrent, svedesi pure loro.

E loro, gli svedesi, non se la tirano affatto. Questo grazie alla Jantelagen, la legge di Jante, una serie di regole firmate dallo scrittore dano-norvegese Aksel Sandemose che mettono al centro della vita la collettività, mica l’individualità. E che insomma promuovono l’umiltà e aborrono la gerarchia. Che è uno dei motivi per cui Ingvar Kamprad, il signor Ikea, uno dei più ricchi al mondo, ha guidato la sua Volvo del 1993 finché non è caduta a pezzi.

Più o meno quel che sto facendo io con la mia Panda verde acido, ma per altri motivi.

PS: ho guardato il meteo e ci aspetta un we intorno ai 40 gradi mentre a Stoccolma ci sono tra i 15 e i 20 gradi. Arriviamo, neh.

Ps del Ps: questa mattina l’ascensore era zeppo di persone e ci siamo messi tutti in cerchio perché, ha detto una, siamo creature social. E ha aggiunto: «Nel resto del mondo ci si pigia dentro tutti in fila, uno dietro l’altro, appiccicati come sardine». Io avrei detto come aringhe. Svedesi. Volevo lo sapeste, ecco.

DigiuniAmo, sì

– 25 

Oggi niente post scandinavo e la gente del Nord mi capirà: #iostoconIvan e digiuno perché credo che tutte le coppie italiane debbano avere gli stessi diritti civili. 

  
Due cappuccini mi bastano per stare in piedi col baby. Eccome. 

  
Questa è la foto che mi ha scattato la Berenice: il suo padrino ama un uomo da diversi anni e lei sa che è la cosa più normale del mondo. L’amore è amore e basta e Matteo Renzi, questo, lo ha capito da un bel pezzo. 

Ora è arrivato il momento di tradurlo in legge. Glorioso lavoro, mio Presidente.

C’è del Nord a Genova

   
    
 – 26 

Ve lo dico: ho danesi, svedesi e norvegesi alle calcagna. Ormai, ovunque io vada, trovo traccia di loro. Per esempio, a Genova. Porto il baby al Galata, il Museo del mare, e scopro Mare Nostrum, un percorso magnifico e spaventoso, sì, sublime, tra meraviglia e paura tra le onde. Quindi mostri marini, sirene & polene, leggende e letteratura marinara su navi fantasma, pirati e creature fantastiche. Con i tentacoli di un polipo gigantesco a segnalare il grado di paurosità di ogni teca. E insomma trovo una copertina sulle mitologiche donne vichinghe che vi allego. Poi, comincio a leggere e, voilà, scopro che gli unicorni sono un’invenzione degli scandinavi. Iniziano a lavorarci nel Medioevo e fino al 1800 siamo in balia dei loro racconti. Succede che intorno al 1700 qualcuno provi ad aprirci gli occhi: “I corni che arrivano dal Nord e che si racconta abbiano poteri magici, cioè  che riescano a neutralizzare i veleni, sono un bluff: zanne di un cetaceo artico, tale narvalo”. Praticamente una foca grassa, bianca e po’ pelosa, capite? Quindi, segnatevelo: gli unicorni non sono mai esistiti, ok?

  
Dopodiché ce ne andiamo all’acquario. Non facciamo in tempo a commuoverci davanti ai più grandi cavallucci marini del mondo (32 cm) e a ogni forma e colore delle meduse che, proprio davanti alla vasca dei delfini, una guida precisa che il lamantino di fronte a noi arriva da Odense, Danimarca: la città di Andersen, colui che scrisse la Sirenetta & altre decine di meravigliose storie per bambini di tutte le età. Ovviamente, una delle tappe del nostro viaggio agostano.

   
    
   
Infine. Proprio mentre il più piccolo dei delfini salta e urla e si affanna a ingurgitare più sardine che può, il suo allenatore ci informa che è cresciuto a Gardaland e che, guarda un po’, il responsabile del centro acquatico di laggiù era un norvegese.

Sarà destino. Oggi museo dell’Antartide. Che ci azzecca con il grande Nord? Niente, ma vai tu a sapere. Intanto, per non fare un torto agli svedesi, toccherà fare un salto da H&M, ché ci sono i saldi. Non vorrei che la Karin si avvilisse.