C’è del Nord a Genova

   
    
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Ve lo dico: ho danesi, svedesi e norvegesi alle calcagna. Ormai, ovunque io vada, trovo traccia di loro. Per esempio, a Genova. Porto il baby al Galata, il Museo del mare, e scopro Mare Nostrum, un percorso magnifico e spaventoso, sì, sublime, tra meraviglia e paura tra le onde. Quindi mostri marini, sirene & polene, leggende e letteratura marinara su navi fantasma, pirati e creature fantastiche. Con i tentacoli di un polipo gigantesco a segnalare il grado di paurosità di ogni teca. E insomma trovo una copertina sulle mitologiche donne vichinghe che vi allego. Poi, comincio a leggere e, voilà, scopro che gli unicorni sono un’invenzione degli scandinavi. Iniziano a lavorarci nel Medioevo e fino al 1800 siamo in balia dei loro racconti. Succede che intorno al 1700 qualcuno provi ad aprirci gli occhi: “I corni che arrivano dal Nord e che si racconta abbiano poteri magici, cioè  che riescano a neutralizzare i veleni, sono un bluff: zanne di un cetaceo artico, tale narvalo”. Praticamente una foca grassa, bianca e po’ pelosa, capite? Quindi, segnatevelo: gli unicorni non sono mai esistiti, ok?

  
Dopodiché ce ne andiamo all’acquario. Non facciamo in tempo a commuoverci davanti ai più grandi cavallucci marini del mondo (32 cm) e a ogni forma e colore delle meduse che, proprio davanti alla vasca dei delfini, una guida precisa che il lamantino di fronte a noi arriva da Odense, Danimarca: la città di Andersen, colui che scrisse la Sirenetta & altre decine di meravigliose storie per bambini di tutte le età. Ovviamente, una delle tappe del nostro viaggio agostano.

   
    
   
Infine. Proprio mentre il più piccolo dei delfini salta e urla e si affanna a ingurgitare più sardine che può, il suo allenatore ci informa che è cresciuto a Gardaland e che, guarda un po’, il responsabile del centro acquatico di laggiù era un norvegese.

Sarà destino. Oggi museo dell’Antartide. Che ci azzecca con il grande Nord? Niente, ma vai tu a sapere. Intanto, per non fare un torto agli svedesi, toccherà fare un salto da H&M, ché ci sono i saldi. Non vorrei che la Karin si avvilisse.

Cool Sweden

      
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    Oggi sono in viaggio col baby e tra qualche ora vi sommergerò di foto+notizie. Però ho il pensiero fisso sulla Scandinavia quindi, anche se è sabato, vi somministro la vostra dose quotidiana di Nord. Posto un pezzo che ho scritto per L’Espresso e che resta ancora attuale: su quanto siano cool gli svedesi. Ai tempi ero “signorina”, sì, insomma zero figli. Ma se avessi visto per strada la Berenice l’avrei presa per una bambina svedese. Che è poi la ragione per cui metto la sua foto a illustrare la “Swedish grace”. Stay tuned.

    Prima stilettata. “Le italiane passano la metà del loro tempo a vestirsi, l’altra metà a spogliarsi e in entrambi i casi lo fanno per compiacere gli uomini”. Riflessione n°2. “È il freddo che ci rende “naturalmente” diversi. In Svezia, essere eleganti a tutti i costi è impossibile. Rischieremmo di rimanerci secchi”. Conclusione: “Per questo, il nostro approccio ai vestiti è pratico: rendiamo la moda accessibile a tutti e ad ogni latitudine”. Usa queste parole Margareta Van Den Bosch, capo degli stilisti di Hennes & Mauritz, meglio nota come H&M, per spiegarci il successo del gigante dell’abbigliamento svedese a buon mercato che è sbarcato a Milano in corso Vittorio Emanuele. Al posto di Fiorucci, il padre dei concept-store di casa nostra che cede all’avanzata del cheap&chic nordico. Una piccola rivoluzione del costume che segna anche la fine di un’epoca e l’alba di un’altra in cui la democratizzazione si compie a colpi di top e gonnelline di viscosa a prezzi stracciati: “Mi irrita l’atteggiamento snob di quelli che pensano che la moda, per essere tale, debba essere di lusso” continua Van Den Bosch. “Io disegno vestiti che tutti possono permettersi e ne sono orgogliosa”. Il che ben si declina con i valori tradizionali della gente di Stoccolma, cresciuta con la convinzione che “Nessuno è migliore di un altro” e che “Di meno vale sempre di più ” per cui, se volete fare un complimento a uno svedese, vi basta usare un aggettivo: ordinario. Considerata la loro naturale resistenza all’eccesso di stravaganza, lo prenderanno come un gentile attestato di stima. Infatti semplicità, rigore e sobria eleganza sono le virtù che hanno fatto della “swedish way of life” un modello di stile esportato in tutto il mondo: marchi come Filippa K, Anna Holtblad, e J. Lindeberg sono finiti nei sofisticati department store di New York e l’etichetta sportiva Whyred ha uno spazio da Harrods a Londra e da Fred Segal a Los Angeles.

    La rinascita culturale è iniziata in sordina alla fine degli anni ’80, ha galoppato in pieno boom internettiano e ora sta investendo come un’onda anomala tutti i campi delle arti: dal design, alla musica, al cinema, alla moda, alla gastronomia. Tanto che le multinazionali usano la Svezia, terra di giovani e ispirati trendsetter, per testare lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi: “Il nostro è un paese estremamente veloce nel catturare le tendenze” spiega Claes Britton, direttore della rivista patinata Stockholm New, il manifesto degli scandinavi stylish. “Il che non ha tanto a che fare con l’originalità, quanto con la capacità di ridare forma agli impulsi che prendiamo in prestito da altre culture. In più, usiamo anche una buona dose d’ironia, quella rustica naiveté vichinga di cui non siamo ancora riusciti a sbarazzarci”. 

    Nonostante siano gli europei più connessi alla Rete , nonché i pionieri della società senza fili (la linea metropolitana di Stoccolma è cablata da un bel po’ e il cellulare prende): in Svezia ci sono più telefonini che persone e un quarto del Pil deriva dall’Information Technology che ha generato nuovo denaro e dato energia a tutto, dall’arte alla ristorazione. Terence Conran, l’inglese che ha insegnato a mangiar bene (cioè italiano) ai londinesi, è sceso in città per fare il restyling a Berns, ristorante d’epoca che si affaccia sui Giardini del Re. Mentre i designer svedesi, figli della prestigiosa Beckmans School of design sono ultra ricercati: Thomas Sandell, il più quotato, lavora per Cappellini, de Padova e B&B Italia e ha ristrutturato la sede di Wallpaper, il magazine icona del minimalismo chic.

     “La Svezia è un paese piccolo e remoto e il nostro è un mercato troppo angusto: viviamo di esportazioni, guardiamo all’estero. Basta vedere con quanto entusiasmo è stata accolta Ikea nel mondo” aggiunge Claes Britton. “La nostra enorme energia creativa ha bisogno di sbocchi internazionali ed è per questo che ci muoviamo due volte più veloci degli altri”. La Svezia, infatti, dopo l’Italia e la Gran Bretagna è il terzo mercato più fiorente per l’interior design e la Stockholm Furniture Fair  una delle più interessanti fiere di settore. Se un tempo i maestri si chiamavano Jonas Bohlin, Mats Theselius e Björn Dahlström e Pia Wallén, designer e stilista di moda, era l’unica donna ammessa in un consesso di geni al testosterone, oggi le presenze femminili sono sempre più numerose e Anna von Schewen, l’artista più dotata della nuova generazione affollata di Nine, Katarine, Monike e Camille. 

    La “swedish grace”, espressione coniata nel 1925 per definire la grazia del design biondo, ha il merito di costringere le cose complicate a soluzioni elementari: lo stile è essenziale, puro, fatto di linee rette ingentilite da forme curve, colori pallidi, materiali naturali. In un paese in cui gli inverni sono lunghi e bui e il sole di mezzanotte dura un paio di mesi, tutto deve riflettere la poca luce disponibile, catturata da vetri trasparenti e pareti immacolate. Perfino Mc Donald’s ha ceduto al nordic style: quello di Kungsgatan 4 è stato ristrutturato in chiave minimalista dal famoso trio Claesson-Koivisto-Rune. Perché i dettagli sono tutto. Lo hanno imparato anche gli chef che hanno viaggiato molto, visto tanto e gustato ogni genere di prelibatezza. Tornati ai fornelli hanno compiuto l’ennesimo miracolo trasformando patate bollite, aringhe in salamoia, pesce bianco, mirtilli e lamponi in pura poesia per il palato: Mathias Dalhgren, a soli 29 anni, ha vinto il Bocuse D’oro nel ’97 e da allora è considerato lo chef più bravo del mondo. Gestisce lo strepitoso Bon Lloc di Stoccolma, una stella Michelin; due ne ha l’Edsbacha Krog di Christler Lingstrom, cuoco-cacciatore che serve in tavola selvaggina eccellente. Leif Mannerström del Sjomagasinet (una stella) di Goteborg è talmente celebre che le poste svedesi gli hanno dedicato un francobollo: “E’ quello che noi chiamiamo “effetto Björn Borg”. Quando Borg ha vinto a Wimbledon i giovani vedevano il tennis come la strada verso la fama e la fortuna. Oggi vogliono tutti cucinare e gli chef sono trattati come rock star” ha spiegato al New York Times, che ha dedicato ai “sapori di Svezia” un corposo servizio. Ma Vanity Fair ha fatto di più: ha spedito il mago dell’obiettivo Bruce Weber a Stoccolma e gli ha commissionato un reportage fotografico di 20 pagine dedicato all’underwear. Cinque giorni a caccia di corpi magnifici, bionde apparizioni di dei, impalpabili luci nordiche: “Negli Stati Uniti quando fermi qualcuno per strada e gli chiedi: “Hey, posso farti una foto?” la risposta più ricorrente è: “Oh no, per che cosa ti serve?”” commenta il fotografo. “In Svezia, invece, ti dicono: “Perché no?”. Deduzione: gli svedesi sono aperti e disponibili, in una parola, cool. Bella scoperta.

    Copenaghen è la città più gay friendly del mondo

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    Che poi io neanche me n’ero resa conto: Copenaghen è il luogo più gay friendly del mondo secondo la Lonely Planet. Voi lo sapevate?

    Per dire. Centralhjørnet è stato il primo gay bar della città e il primo in Europa: è aperto da 100 anni. Mica è finita. Per la prima volta al mondo la Danimarca ha ammesso le coppie di fatto tra partner dello stesso sesso e le prime unioni registrate sono state iscritte presso il suo Municipio nel 1989, 26 anni fa.

    Nel 2009 è stata riconosciuta alle coppie gay la possibilità di adottare e, nel 2012, addirittura di sposarsi in chiesa. E noi abbiamo uno come il cardinale Ennio Antonelli che giusto ieri diceva cose così: «Comunione ai divorziati sì, forse, ma a condizione che non facciano sesso». Ma si può?

    Ora. Io ho due figli e la Berenice per padrino ha il mio migliore amico, che è gay (ciao Stefano!). La madrina, invece, è divorziata, ma vabbè. Comunque. È incredibile che i danesi dedichino la piazza del municipio all’arcobaleno e, in Italia, Ivan Scalfarotto debba fare lo sciopero della fame per avere tutta l’attenzione che serve sul diritto alle unioni civili per tutti.

    Io credo che l’amore sia amore e basta. Però mi piace la parola “famiglia” e non sopporto che tutte le volte che la uso qualcuno mi dia della fascista/omofoba. Insomma, basterebbe un po’ di buon senso, no?

    #iostoconivan e il 13 luglio, già che ci sono, entro in staffetta: digiuno per un giorno. E lo so che questo c’entra poco con il nostro viaggio in Scandinavia ma come diceva Totò, ogni limite ha la sua pazienza.

    Anyway, se passate in Danimarca ad agosto sappiate che il 15 si festeggia il Copenaghen Pride: nel 2014 a celebrarlo c’erano 21mila persone e, alla fine, hanno pure eletto Mr Gay Denmark. Non so se mi spiego.

    Vai a Copenaghen e sei felice

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    Copenhagen fishing boats in Nyhavn_Medium_1

    Avete presente quando infornate una torta o una teglia di lasagne e poi le tirate fuori e sono perfette? Lo so che, almeno una volta nella vita, avete provato questa sensazione. A me è successo con un reportage da Copenaghen nel 2009: viaggio in solitudine alla scoperta di una città formidabile. È anche nevicato. E non ho fatto shopping. Però quando sono tornata ho scritto questo pezzo e il direttore mi ha telefonato entusiasta, ridendo e sperticandosi in mille complimenti. Dicendo qualcosa del tipo: «Finalmente un servizio come Dio comanda». Ma tra me e lei era stato amore a prima vista, si sa. Poi col tempo si è trasformato in tanto altro. Proprio come succede con un uomo con cui stai per 20 anni e, a un certo punto, qualcosa si rompe. E puff, finisce, e tu non puoi proprio farci più niente. Capita.

    Quindi, prima di deliziarvi con i nuovi post di agosto dalla Scandinavia, beccatevi un Bellantoni vintage (era il 2009 ma è come se fosse ora). E au revoir Valery. Sì, insomma, gloriosi saluti. Ovunque tu sia finita ho il sospetto che te la stia proprio godendo. Evviva. Anzi, doppio evviva.

    «La prima cosa è il rumore della neve. Quando cade, a Copenaghen, sembra che suoni: più che fiocchi sono chicchi di cristallo quelli che, anche in primavera, saltellano sui ciottoli e fanno tic e poi tac. Ma nessuno corre a ripararsi sotto le tettoie dei palazzi che, da queste parti, si vestono di una luce d’ambra irreale. Semplicemente, ci si copre la testa con il cappuccio. E di solito ci scappa pure un sorriso. Perché i danesi sono abituati a rendere tutto “hyggelig”, aggettivo che usano per definire una specie di feng shui interiore, qualcosa che assomiglia alla piacevole sensazione di starsene seduti intorno al camino con una tazza di tè in mano. Sereni. Uno stato d’animo a cui aspirano per tutta la vita e che, non a caso, fa di loro i più felici del mondo anche in tempi poco allegri come questi. Del resto, sono i più ricchi e protetti: hanno assistenza sanitaria e istruzione gratis, redditi record, un paese verde e la birra Carlsberg. Lavorano solo fino alle 4 del pomeriggio e il sabato i negozi chiudono alle 5 perché fare gli straordinari non paga in un paese dove si è tassati fino al 60%. Inoltre, qualsiasi cosa accada sanno che ci sarà sempre qualcuno a prendersi cura di loro: lo stato. Dunque, se la godono. Bevono e mangiano, s’ingozzano di cioccolato e caramelle. Spendono.

    Infatti, nonostante la crisi, i caffè e i ristoranti sono sempre pieni: «Se dovessi andarmene ora in pensione sarei preoccupato perché anche qui come in America le banche hanno fatto investimenti spericolati e hanno perso milioni di corone», spiega Brian Johansen. Insieme all’amico Heinz Lodahl ha appena aperto BioM, il primo ristorante biologico certificato dove tutto è organico, dal cibo alla pittura bianca usata per dipingere i muri. E riflette: «Io ho 26 anni e una vita davanti. So che il mio governo metterà ordine e farà tornare tutto al posto giusto in un paio d’anni». In Danimarca esiste da sempre quello che noi non riusciremo mai a trovare: fiducia cieca nelle istituzioni, nei politici, nel prossimo. È la stessa fiducia e il senso di squadra che fecero sopravvivere i vichinghi a un clima ostile e a condizioni di vita estreme.
    «Hai l’aria di una che si è persa. Ti aiuto?», mi sento chiedere. Alzo gli occhi dalla Time Out e vedo un biondino piuttosto belloccio che mi fissa. A Copenaghen non puoi studiare in pace una cartina per strada senza che qualcuno si fermi e ti prenda per una sprovveduta. E questo agli italiani piace: «Sono appena stato rimorchiato da una bambola danese», mi confida un ragazzo. In effetti, i danesi sono attraenti e inconsapevoli di esserlo. Dei 510 mila residenti il 34% ha tra i 20 e i 35 anni e tutti insieme percorrono ogni giorno 1 milione e 100 mila chilometri in bici imbacuccati come se dovessero prendere da un momento all’altro lo skilift.

    Sono a Vesterbro, l’ex quartiere a luci rosse che è improvvisamente diventato il più alla moda della città. All’Øksnehallen, il capannone dove nel Novecento si macellava ancora il bestiame, a febbraio sfilano gli stilisti danesi mentre durante l’anno si organizzano mostre e spettacoli. Dietro ai sexy shop che esistono ancora vicino alla stazione, il comune ha fatto risorgere l’Halmtorvet, una piazza costellata di bar  che d’estate si anima di giovani, gli stessi che la domenica passeggiano per il viale alberato accanto a quel che rimane del macello bianco, ancora in funzione. È una versione bonsai del Meatpacking district newyorchese, con la differenza che qui non ci sono star hollywoodiane, ma studenti e famigliole di ventenni che non rinunciano all’aperitivo o al brunch della domenica. Al n° 57 di Faesketorvet il Karriere (tel. +4533215509), bar-ristorante-lounge è il motore propulsore del cambiamento: l’artista Jeppe Hein e la sorella Laerke hanno arredato il locale con luci di Olafur Eliasson e sculture e installazioni di giovani creativi che usano lo spazio come una galleria d’arte. La Istedgade è la via che percorre per intero il quartiere e, da un paio d’anni, è rifiorita con negozi indipendenti d’abbigliamento e modernariato, ma anche piccoli bar come Ricco’s (al n° 119, tel. +4533310440) dove si sgomita per assaggiare il caffè tostato live.

    Anche a Norrebro, ex quartiere operaio dove sopravvivono panetterie etniche accanto a interessanti vintage shop, ci si diverte senza essere sfiorati dalla recessione. Al Laundromat Café (Elmegade 15, tel. +4535352672) si va per fare il bucato con 38 corone e, intanto, si beve un drink sfogliando uno dei 4000 libri usati a disposizione di chi aspetta che la lavatrice finisca il suo ciclo. È intorno a Sankt Hans Torv, la piazza del rinascimento culturale, che ragazzi, gente dei media e architetti si mescolano al Pussy Galore’s Flying Circus (al n° 30, tel. +4535245300) o al Sebastopol (al n° 32, tel. +4535363002). E fuori, durante il weekend, è pieno di carrozzine. Allungo lo sguardo e m’accorgo che, sotto il piumino, c’è un bambino che ronfa: «Lasciano i bebé a dormire all’aria aperta. Anche a casa: aprono la finestra e mettono il passeggino sul balcone con il bimbo dentro. Concilia il sonno, dicono», mi spiega Sandra Diavolio, maestra ceramista che ormai vive a Copenaghen da 30 anni. Una coppia danese l’ha fatto anche a Manhattan: gli americani hanno arrestato entrambi i genitori per maltrattamenti. È dovuto intervenire il governo e dire che, davvero, qui usa così. La Danimarca è un paese sicuro e aperto.

    Davanti ad Amalienborg, il castello dove vive la regina Margrethe, non c’è un cancello e lei, fino a qualche anno fa, girava per la città in bici per andare dal fruttivendolo a comprare i broccoli. Inoltre, questa è l’unica metropoli dove si può ancora fare il bagno in pieno centro: all’Island Brigge hanno costruito una piscina e ci hanno messo dentro un trampolino di design che assomiglia alla prua di una nave. Da qui, d’estate, la gente si tuffa tra i flutti come se niente fosse. Più in là, studi d’architetti giovanissimi hanno trasformato i silos in residenze spettacolari come il Gemini che è diventato il simbolo della Nuova Copenaghen. Facile intuire perché: intorno ai due cilindri che fino all’altro ieri contenevano soia hanno appeso appartamenti in vetro e acciao che guardano i dock e di sera s’illuminano come candele.

    Se Arne Jacobsen, il padre del design danese, fosse ancora vivo sarebbe orgoglioso dei suoi figli. Nel 1960 ha eretto un grattacielo e ha creato il primo hotel di design della storia disegnando tutti i dettagli, persino le posate. Quando entro al Royal Sas e mi siedo sulla prima Egg chair della mia vita, io mi commuovo: la lobby è identica al giorno in cui fu inaugurata, ma sembra pensata da un architetto contemporaneo. Le stanze sono state rinnovate (solo la leggendaria 606 è rimasta come un tempo), ma hanno maniglie e rubinetteria disegnate nel ’58 e le delicate Swan Chair di un bel verde lime sembrano orchidee di stoffa. Mi ci accoccolo dentro e guardo Copenaghen dall’alto. Tyler Brulé, il lifestyle guru britannico, ha ragione. Questa è la migliore città al mondo in cui vivere come ha scritto sulla sua rivista, Monocle: «I soliti servizi da tè in porcellana danese venduti nei grandi magazzini planetari hanno dato alla città il denaro per diventare un hub finanziario del Nord Europa e osare esperimenti di urbanismo innovativo», rifletteva mentre ne tesseva le odi. È vero. Il primo archistar a provarci è stato Daniel Liebeskind che nel 2004 ha eretto il Dansk Jødisk Museum dedicato all’olocausto. L’anno dopo Zaha Adid ha progettato la nuova ala del museo d’arte Ordupgaard e Henning Larsen ha firmato l’Opera House mentre per disegnare la casa degli elefanti dello zoo cittadino nel 2008 hanno chiamato addirittura Norman Foster. A gennaio di quest’anno, invece, Jean Nouvel ha fatto scendere un meteorite a Orestad: è questa l’idea che ha dato corpo alla DR Radio Concert Hus, il cubo blu per i concerti di musica classica al centro di un nuovissimo quartiere residenziale che è ancora una selva di gru. Per raggiungerlo ci vogliono appena 15 minuti. Lo stesso tempo si impiega per arrivare all’aeroporto in metro mentre se volete godervi lo spettacolo della foresta di sculture del Louisiana Museum che si affaccia sul blu del mare bastano 30 minuti di treno.

    In mezzora si arriva anche a Malmö, frizzante cittadina svedese collegata alla terraferma grazie al ponte Øresund. Anche se gli appassionati di “Jacobsenalia” preferiscono puntare a Nord, verso le spiagge di Klampenborg. Qui il grande danese firmò il complesso residenziale Bellavista dove oggi c’è anche l’ottimo ristorante Jacobsen e, qualche chilometro prima, a Charlottenlund, resiste la pompa di benzina Texaco che Arne disegnò nel 1937. Ora è self service, ma è il posto architettonicamente più significativo dove fare il pieno.
    A Copenaghen la gente è mobile e felice. Il design resta argomento di conversazione come lo sono la politica e lo sport. Basti dire che al Dansk Design Center i designer sono trattati come eroi nazionali e lampade, sedie, aspirapolveri e phon sono celebrati con la stessa riverenza di un Picasso o di un Matisse. Questo è il paese dove Tine Brokso e Karen Kjaeldgaard-Larsen sono diventate famose creando un vasetto d’erba verde in ceramica che contiene al massimo due fiorellini: oggi il loro Grass Vase ha un posto speciale in ogni casa che conta. Louise Campbel, invece, ha ringiovanito le porcellane Royal Copenhagen facendoci sbocciare sopra grafismi floreali viola, turchesi e arancio e ora è una star che vanta una poltrona, la Prince chair, nella collezione permanente del Moma. I danesi sono naif, certo. E adorano ancora Hans Christian Andersen, quello che s’è inventato la storia della Principessa sul pisello e del brutto anatroccolo che si trasforma in un elegante cigno.

    Però c’è anche qualcosa di dolce in chi ha deciso di dedicare 80 mila metri quadri a un parco divertimenti in pieno centro. Tivoli è la quintessenza della “hygge” danese e dallo scorso maggio, al suo interno, c’è un edificio che ne è l’espressione architettonica. Contiene un boutique hotel (il Nimb) che ha solo 13 stanze, ognuna con un camino e un paio di Havaianas nell’armadio. Eppoi ci sono due ristoranti, un negozio di delicatessen, una cioccolateria, una latteria, una vineria e pure un chiosco di hot dog dove un panino costa 49 corone, cioè 8 euro. Copenaghen è la città più cara d’Europa, si sa. E la Sirenetta è destinata a soffrire preda com’è dei vandali che un giorno la colorano di rosso, un altro la coprono con un burqa per protesta e la mattina dopo la decapitano. Però qua si corre pure il rischio di innamorarsi. Di una sedia, di un lampadario a forma di carciofo. Oppure di una bionda apparizione. Che, di solito, neanche se la tira».

     

     

     

    Bella, Legoland: we love Scandinavia!

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    Va bene, prendiamo l’aereo. Del resto abbiamo due bambini e non più vent’anni: ci sembrava il minimo saltare la Svizzera e la Germania (sì, Angela: della Foresta Nera ce ne freghiamo, auf wiedersehen). Dunque arriviamo a Billund, Danimarca. Perché a una manciata di chilometri c’è Legoland e perché esattamente quattro anni fa, lassù, ho scoperto un paese così verde e pieno di magia che mi sono commossa.

    È vero, ormai ho la lacrima facile. Però quello è anche stato il mio primo viaggio con la Berenice e un gruppo di colleghe col baby: grazie a Erica Kircheis  e VisitDenmark
    ho passato un weekend lungo senza più sensi di colpa perché proprio lì ho scoperto che anche le altre, dopo il primo figlio, erano passate al Martini. O alla birretta serale, consumata appena varcata la soglia di casa, in piedi, davanti al frigorifero Smeg.  Cioè ho capito che, se poi arriva anche il secondo nano, quella è l’unica soluzione possibile che ti permette di avere una vita normale. Più o meno.

    Poi ho anche compreso che, oltre a essere amica di Israele (per principio: Je suis Charlie ect), sono soprattuto BFF dei paesei scandinavi. Che appena supero il confine danese io comincio a stare meglio. A sentirmi a casa. Ad essere felice. Per dire. A Stoccolma, una volta, mi sono chiesta: «Sono alla fashion week?». Questo perché boys & girls svedesi sembrano usciti da una sfilata. O da un film di  Paul Thomas Anderson. Sì, sono toppissimi, come direbbe una mia giovane ex collega (ciao Baretta!). Ah, naturalmente in questo lungo viaggio faremo anche tappa in Svezia: Karin Melin, stai serena che noi ti pensiamo. Tutti i giorni. We Love Sweden.

    Intanto, vi allego il servizio che quattro anni fa è uscito su Traveller: è stato il primo e l’unico in cui sono state pubblicate foto mie, scattate con Hipstamatic dal mio primo iPhone (4). E io mi sentivo avantissimo. Ad agosto ci sarà anche Vittorio, a Legoland. E la B userà il suo iPad Mini per fare uno, nessuno, centomila video. Alè.

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    In Norvegia ci siamo già stati, ma al freddo e al gelo. E d’estate com’è? Ditecelo voi, ché partiamo

    -31 giorni

    E quindi ci siamo ritrovati a Oslo a Natale. Mentre mio fratello avrebbe dovuto essere in Italia, e invece è restato a Londra. Ma va? Comunque. A un certo punto ho guardato on line e mi sono resa conto che il 25 dicembre erano in pochi a volersene andare in Norvegia e che insomma i voli costavano un terzo rispetto a quelli verso una qualunque altra capitale europea. Così l’ho whatsappato a Sara, la mia migliore amica, che però abita a Seattle, stato di Washington, praticamente ex far west americano.

    «Che dici se per una volta passiamo Natale insieme?».
    «Tipo dove?».
    «Norvegia?». Tutte le volte che le scrivo la becco nel pieno di una giornata lavorativa: è 10 ore indietro, rispetto all’Italia. Quella volta invece mi ha risposto solo dopo un paio di ore. Incredibilmente.
    «Ok, Simone è entusiasta. A 20 anni si è fatto tutta la Scandinavia e gli manca giusto Oslo: andiamo!». Evviva.

    Così siamo partite e ci siamo ritrovate dall’altra parte del mondo. Per due motivi. 1) Siamo due pazze. 2) Siamo due pazze con rapporti complicati con almeno un membro della nostra famiglia d’origine (idem per i nostri uomini: litigati pure loro). Il che accade più o meno a tutti gli ex bambini degli anni ’80 che ho incontrato nella mia vita e chissà perché. Anyway, è stato bello e perfino un po’ commovente perché Sara e io ci conosciamo da quando avevamo 4 anni e un Natale insieme non l’avevamo mai passato. Soprattutto, non avremmo mai pensato di diventare adulte e continuare a ripeterci: «I genitori e i fratelli/sorelle non si scelgono, gli amici sì».

    Quando sono tornata ho scritto un pezzo per Vogue.it e mi sono detta: «D’estate la Norvegia dev’essere magnifica».
    Poi, un giorno, ho scoperto la serie tivù Lilyhammer su Sky e mi sono letteralmente innamorata di Giovanni Henriksen alias Steven Van Zandt, il protagonista: un ex mafioso newyorchese auto-esiliatosi in un paesino vichingo per ricominciare una nuova vita, appunto. Avete presente l’ex Little Steven che suonava la chitarra nella E Street Band di Bruce Springsteen? Ecco.
    Dunque sono diventata addicted. Ora che la seconda serie è terminata, ho pensato: prima che in Italia arrivi la terza devo andare di persona a verificare com’è.
    E mi è venuta l’idea di un viaggio. Che sarebbe anche il motivo per cui ve la sto facendo così lunga.

    Hai sempre voluto andare fino a Capo Nord in auto e non ci sei mai riuscito? Oppure ci sei andato a 19 anni in Inter Rail e vorresti ritornarci adesso che sei “grande”? Solo che hai due figli piccoli e insomma come si fa? Be’, noi ti dimostriamo che è possibile viaggiare coi piccoli e non sentirti uno sfigato, anzi.
    Ti facciamo vedere che si può restare cool anche a una certa età. Perfino con una famiglia. E che 8000 km avanti e indietro non sono nulla se, alla fine, la ricompensa è la luce. In ogni senso.

    Quindi ripartiamo. Doppio evviva. Solo che prendiamo una scorciatoia: fino a Copenaghen, anzi a Billund, andiamo con Ryan Air. E, da lì, saliamo in macchina. Un’auto nuova di zecca e pensata proprio per la famiglia. Ma smart, neh.
    Partenza il 7 agosto, durata del viaggio: 3 settimane. Mancano 31 giorni.

    Se ci siete stati, please, dateci dritte. Scriveteci come fare/dove andare/ che cosa vedere.
    Berenice, intanto, ha costruito un aereo e un aeroporto con una cassetta delle fragole. La maestra ha detto che è un lavoro “bellissimo”, ma vabbè. Io l’ho fotografato. C’è anche la candela dell’amore e della pace: questa sta a Milano, l’altra a Seattle.
    Aspetto vostre news.