È a Luleå, Svezia, lo chef che batte Cracco #Bmwstories

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E a un certo punto ci siamo ritrovati in Svezia, ad Haparanda. Percorri un ponticello, fai appena in tempo a dire bye bye alla Finlandia e ti accoglie subito il negozio Ikea più a Nord del mondo. Davvero. Da quel momento in poi solo pini, betulle e il limite dei 90/100 all’ora. Neanche una renna. È arrivando allo Scandic hotel che mi sono resa conto che avevo lasciato il cuore e un sacco pieno di speranza e voglia di wilderness forever in Norvegia. Subito dopo mi sono accorta di aver anche lasciato il caricabatterie del Mac alle Lofoten.

Emmmenomale che sono nel Nord della Svezia dove un Apple Store lo trovi e ti passa subito la paura. Comunque. Siamo arrivati a Luleå, evviva. La cittadina sull’acqua è graziosa, ma ciò che è magnifico è il villaggio antico, Gammelstad, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Questo perché è il meglio conservato della Scandinavia: 424 casette rosse del 1500 intorno a una chiesa di pietra, una meraviglia. Non ci abita quasi nessuno. E anche in passato era vivo solo durante il weekend. Si tratta di una “church town”, una specie di resort nato per ospitare i contadini che il sabato arrivavano in città e avevano bisogno di un luogo dove dormire. Poi la domenica si svegliavano, andavano a messa e facevano festa. Il che permetteva a chi viveva in terre lontane e ghiacciate un minimo di socialità. E il riposo dalla vita nei campi più freddi e inospitali d’Europa.

Le casette sono di legno, piccolissime, senza riscaldamento e bagno. Chi le ha ereditate ha il dovere di tenerle in ordine e mantenerle perfette. Auguri.

Dopodiché ho portato i baby a fare un giro in barca nell’arcipelago più grande della Svezia: 1700 isolette che, d’inverno, sono piccoli iceberg. Impressionante. Ci ha accompagnato Ewan e Vittorio è salito sul suo primo motoscafo, grazie. Siamo scesi a Brändöskär e, per la prima volta in vita mia, ho preso il caffè in un cottage/palafitta rosso del 1700. La Berenice non riusciva a crederci. Quando poi siamo andati a raccogliere i mirtilli nel bosco abbiamo capito perché Trollbeads ha scelto questo smeraldo così intenso per il bead “Bosco verde”: guardare la foto per credere. Tra l’altro ormai il bracciale è quasi completo e pesa e ormai mi ricorda che mancano appena 5 giorni e altrettanti beads al ritorno, maledizione.

Vabbè. La passeggiata tra le conifere si è conclusa con cena col vichingo. Anche se ci aspettavamo un Sami, ma è stato meglio così. Siamo scesi dalla barca e abbiamo trovato Ewan ad aspettarci davanti al fuoco. La Berenice ha preparato la marmellata di mirtilli per i pancake e noi ci siamo goduti una bruschetta con finferli e renna e del salmone alle verdure che neanche Carlo Cracco. Giuro. Segnatevi questo nome, Brändön Lodge, e tornateci d’inverno per vedere l’aurora boreale, fare snowmobile tra le isole, cenare sul ghiaccio. Dite pure che vi mando io, neh. Vi piacerà.

 

Babbo Natale esiste è a Rovaniemi e non è in crisi

Che ci fosse qualcosa che è andato storto ce ne siamo accorti davanti al Santa Park: ieri era chiuso e davanti al portone avevano incollato un foglio con su scritto «Riapriamo il 18 novembre». Quindi la Berenice si è messa a piangere perché a Rovaniemi siamo venuti per incontrare Babbo Natale, frequentare un corso per diventare folletti e, infine, farsi scarrozzare su un trenino trainato dalle renne prima di entrare nella famosa galleria del ghiaccio. Attività di un certo livello di cui ci detto cose magnifiche una coppia di Reggio Emilia una settimana fa.

Invece niente, il parco a tema dedicato al panzone e che era aperto tutto l’anno, quest’estate ha chiuso in anticipo. Dunque sì, è vero, il carrozzone finlandese costruito intorno al culto e al business del Natale che ha trasformato una paesino senza alcun fascino in una meta del consumismo planetario rischia il default. I 200mila euro di tasse non versate al governo di Helsinki hanno fatto venire i lacrimoni alla Berenice. E io ho maledetto il signor Kariniemis, il direttore del parco che ha fatto il furbo e che ha tempo fino a giovedì per pagare, pena la riduzione ulteriore delle attività.

Quello che però non vi hanno ancora spiegato, in Italia, è che i parchi sono due e che il Santa Claus Village è ancora aperto e lotta con noi. Che è una delle ragioni per cui la Berenice si è ripresa e io ho smesso di sentirmi una madre che promette e non mantiene e insomma grazie, Babbino. Dista solo 2 chilometri dall’altro ed è una specie di resort in stile alpino con i cottage rossi, decorato di luci colorate e milioni di sciocchezze natalizie Made in China. Tra l’altro, l’hanno costruito proprio sulla linea che segna il Circolo Polare Artico quindi trovate due versioni super cheap delle t-shirt ricordo a partire da 11 euro e rotti.
Comunque. Siamo entrati nel primo negozio di souvenir, abbiamo attraversato una piccola triste mostra su renne&elfi e alla fine, boom: c’era Babbo Natale ad aspettarci. Vittorio ha fatto finta di niente, ma la Berenice a momenti ci rimaneva secca. Spavento, emozione, felicità. Questo ha provato mia figlia. Poi ha scoperto che il Vecchio con la barba si serve di una polvere magica blu preparata dagli elfi: questo gli consente di consegnare i regali a tutti i bambini del mondo in una sola notte e ne passa un bicchierino anche alle renne. Chiacchiere, foto e sorpresa comprese costano da 20 a 40 euro, a seconda che si scelga una stampa piccola o grande. Però puoi anche scattare le foto con la tua camera, neh. E non ti obbligano a comprare la loro. Ma è ovvio che i vostri figli ve la chiederanno, quindi siete fottuti.

E in ogni caso sappiate che questa è la soluzione più economica, perché dietro le tende di ristoranti, caffè, negozi di piatti e bicchieri o design trovate un qualunque Babbo Natale pronto a farsi fotografare o riprendere coi baby per cifre che partono da 40 euro in sù. Il che mi fa dire: ma come diavolo è riuscito a rovinarsi il signore finlandese di cui sopra?

Altri esempi. Il Post Office di Babbo Natale, secondo quanto scrive Repubblica, è quello messo peggio. Io mi chiedo come sia possibile visto che era pieno di persone che ordinavano la lettera da farsi recapitare a casa il giorno di Natale (7,50 euro), compravano almeno 5 cartoline a testa (1 euro l’una) a cui potevano scegliere di appiccicare un francobollo di Babbo Natale (da 1,10 a 3 euro l’uno, a seconda del disegnino che vi piacea di più), più altre amenità a tema da 10 euro in su. Ok, a Rovaniemi non arrivano più 300mila turisti all’anno come nel 2009 e gli attraversamenti tra Finlandia e Russia sono calati del 33% nel 2013: quindi a dicembre troverete meno russi sulla motoslitte. Però in questo baraccone a 8 chilometri da Rovaniemi ieri abbiamo visto decine di famiglie sperperare gioiosamente il loro denaro.

Perfino noi, che siamo parsimoniosi, abbiamo investito una manciata di euro in sciocchezze. E provato pure gli hamburger di renne (tanto sono da allevamento, tranquilli). Questo nonostante in Finlandia ne trovi a decine sui bordi della strada e, spesso, te l’attraversano che tu hai appena il tempo di rallentare ed emozionarti.

E, alla fine, la Berenice era felice. Così quando ci siamo accorti che avevano allestito un finto villaggio sami con un finto ristorante sami accanto a cui trovavi un finto accampamento sami abbiamo anche dato 5 euro a testa al finto cowboy sami per accarezzare le sue renne.

Dio che bello. Ne esistono anche di bianche e hanno corna ricoperte di una peluria soffice soffice che sembra peluche. Se arriverà la famosa lettera non so se riuscirò a tornare qui d’inverno. Ma immagino che sotto la neve, questa Las Vegas per baby, possa diventare magica. Quindi sì, spero che Kariniemis trovi tutti gli euro che servono per pagare il suo debito allo stato. Ha tempo fino a giovedì prossimo e se Babbo Natale e gli elfi gli daranno una mano forse potrebbe addirittura farcela. Gloriosi auguri.

 

Conquistato Capo Nord #bmwstories

 E quindi, alla fine, siamo arrivati a Capo Nord per trovare la Norvegia che ci aspettavamo: 13 gradi appena, vento furioso & cattivo, pioggia. Però è stato bello, dai. Ora ci mancano le Svalbard.   
    
    
    
   

Siamo stati costretti a una deviazione in Finlandia. E abbiamo trovato questo autogrill a forma di tenda Sami. Ora, in hotel, il Wi-Fi non funziona quindi ci hanno regalato una password. Ma dura tre minuti appena. Il tempo di un post di fretta e di furia. Più tardi chiederò a Babbo Natale di salvarmi e bloccare la famosa lettera. Stasera vi farò un report come si deve. La Norvegia mi manca già. Hey Hey!

Che bella la casetta in… Norvegia

È quel che mi succede quando vedo una casetta in Norvegia: vorrei andarci a vivere immediatamente e, se arriverà la famosa lettera, magari lo faccio. Per questo, ne ho trovate un po’ che mi piacciono su e giù per il Paese e le ho fotografate: sono perlopiù di legno, rosse, gialle o bianche e qualcuna ha un prato sul tetto. Una delle più graziose è una toilette sul ciglio della strada statale, incredibile, eh? Voilà la mia collezione. Enjoy!



   
  
  

  

E poi sei al Circolo Polare Artico #BmwStories

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Ci siamo capitati intorno alle 11 di mattina e ci saranno stati oltre 22 gradi: quindi mi sono tolta il piumino e sono rimasta in felpa. Gesto che fa una certa impressione se hai i piedi appoggiati sulla linea che segna il Circolo Polare Artico. È posto lungo il parallelo a 66°33’39” di latitudine nord e attraversa Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti cioè Alaska, Canada, Groenlandia, Islanda. E non c’è praticamente niente, a parte un’astronave rossa che assomiglia a un palazzetto dello sport degli anni Ottanta. È il negozio che vende t-shirt, felpe, tazze, magneti, segnalibri e adesivi souvenir con su scritto «Ho attaversato il Circolo Polare Artico».

Dopodiché c’è una collina costellata di pietre che i turisti hanno trasformato in piccole sculture, abitudine tipicamente norvegese. Infatti, queste torri fatte di pietre poste una sopra all’altra, le trovi in qualunque punto panoramico del paese: la prima volta che le abbiamo viste c’era una donna sui sessanta che ne costruiva un paio e la Berenice è convinta che vaghi per la Scandinavia a decorare spiagge e montagne. «Guarda, la signora è venuta anche qui. Ma pensa». Ogni tanto mi scappa da ridere. Però poi taccio.

 

Perché gli Italiani amano le Lofoten

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Li trovi ovunque, ma qui alle Lofoten gli Italiani che incontri sono (un po’) speciali. Tutti hanno una storia da raccontare, non si agganciano alla vita il marsupio, sono vestiti da trekking. E hanno gli occhi che sorridono. Per forza. Quando arrivi qui hai la netta percezione di essere in un luogo stupefacente, di quelli che ti possono addirittura cambiare la vita. O il tuo punto di vista sulla vita. Quindi il futuro.

Siamo oltre il Circolo Polare Artico e l’estate dura, se va bene, tre mesi scarsi. Sono quattro le isole principali aggrappate una all’altra da piccoli ponti ad arco: 140 chilometri appena divisi tra Austvågøy, Vestvågøy, Flakstadøya e Moskenesøya e abitati da 24mila persone. D’estate la luce è così intensa che fino alle dieci di sera si gira con gli occhiali da sole. Arrivi con il ferry e vedi montagne imperiose spuntare dal mare, con la nebbiolina che ricama di mistero i pendii. Qualcuno dice che assomigliano a un drago disteso tra i flutti dell’Artico, io le ho inserite all’istante nella mia top list insieme ad Australia, Thailandia e Seychelles.

5 motivi per andare alle Lofoten

1 Perché svegliarsi in una rorbu è un’esperienza metafisica
Le rorbu erano i ricoveri dei pescatori di merluzzo: sono le tipiche casette rosse che vedete nelle foto delle Lofoten, delle specie di palafitte di legno con le fondamenta sugli scogli dell’artico. Ora le hanno trasformate in appartamenti e le affittano a un centinaio di euro a notte. Ti svegli e dalla finestra della camera vedi le montagne, il verde acqua del mare, i gabbiani e insomma sei felice. Noi siamo stati alle Eliassen Rorbuer a Reine (grazie Elisabeth) e credo che siano tra le più spettacolari che possiate prenotare. In più il cuoco è svedese e ha sposato un’italiana che ha appena avuto una bambina e quindi è super baby friendly. Per dire. A Vittorio ha preparato un piatto di pasta rossa perfetta.

2 Perché sei in Norvegia ma ci sono spiagge caraibiche
Ramberg è come Es Pujols, ma senza il casino d’agosto a Formentera. La sabbia è bianca, soffice e si distende per qualche chilometro. Il mare non è il Mediterraneo, ma la Berenice ci ha fatto il bagno. A volte è deserta, al massimo ci siete voi e un paio d’altre persone. E lo spettacolo della montagna alle vostre spalle è potente. Oppure c’è Utakleiv, definita dal Times la spiaggia più romantica del mondo, sullo Steinsfjorden. Chilometri di splendore, chevelodicoafa’.

3 Perché si pesca come se non ci fosse un domani
Nel senso che se non prendi in mano una canna da pesca dal 1993 qui lo puoi fare e sentirti un vero figo. Capita se paghi il biglietto per la gita al Trollfjord, un fiordo stretto appena cento metri, che navighi a bordo di una barca simile a quella che aveva Braccio di Ferro ma che qui si chiama M/S Orca, per esempio. Noi abbiamo rischiato di non partire, perché se non ci sono almeno 15 persone non se ne fa niente. Comunque. Avremmo voluto vedere almeno un’orca. Invece ci siamo goduti un paio di aquile, uno stormo di gabbiani che volava sulle nostre teste, una zuppa di pesce (leggi sotto) e abbiamo pescato. Nel senso che la barca si è fermata sopra un banco di pesci scemi e noi abbiamo lanciato l’esca e, tac, ne abbiamo tirato su tre. Qui li chiamano salmoni di mare e sono cibo per… volatili. Però è stato bello, dài.

4 Perché qui, finalmente, si mangia bene: prova la balena e poi me lo dici
Sì e non datemi dell’assassina, per carità. Più che la balena di Pinocchio da maggio ad agosto qui pescano delle balenottere comuni che assomigliano alle orche, ma immagino siano più buone. Hanno una carne rossa rossa e secondo noi la consistenza del filetto. Al ristorante non ce n’era più («È finita ieri e se non è fresca noi non la vendiamo»), ma noi l’abbiamo trovata al supermercato: con neanche 6 euro ci siamo portati a casa una bistecca di balena. Abbiamo acceso il fuoco, l’abbiamo piazzata sulla padella e in cinque minuti era pronta. Praticamente l’abbiamo trattata come una fiorentina, ma non sa di pesce bensì di fegato e selvatico. Lovely. Ah, e la  zuppa di pesce, bianca e cremosa e ricca di gamberi, rana pescatrice (monkfish) e soffici patate è da medaglia. E ti salva una cena.

5 Perché non devi scegliere tra mare o montagna
Alle Lofoten hai un po’ di tutto e lo standard è cinematografico. C’è così tanta bellezza da farti stare male. Ma, a parte questo, guidi per un’ora e incontri: spiagge di zucchero, passi alpini, pascoli irlandesi, casette rubate ai fratelli Grimm, scogli alla Phi Phi Island. E montagne disegnate dai giganti. Grazie, Dio.

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6 Perché puoi giocare a fare il vichingo senza essere Nikolaj Coster-Waldau
A Borg hanno scoperto una manciata di reperti vichinghi, quindi hanno eretto un museo impressionante, il Lofotr. E nel 1995 hanno ricostruito la Høvdinghuset, la casa del capotribù vichingo più grande del mondo. Si ispira a quella originale risalente al 500 AC e, intorno, ci hanno organizzato: un festival (il Vikingfestival d’inizio agosto), degustazioni a tema, gare di tiro con l’arca e lancio dell’ascia, gite in barca ed eventi vari in cui trovi biondi barbuti bellocci travestiti da vichingo che assomigliano a Nikolaj Coster-Waldau di Game of Thrones (lo Sterminatore di Re). Non so se mi spiego.

Lofoten 2 che bellezza #Bmwstories

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E comunque è riuscita a fare il bagno anche nel Mar Glaciale Artico. Sì, la Berenice deve avere un qualche antenato vichingo nel suo albero genealogico perché come dice lei: «L’acqua mi chiama». A qualunque temperatura e latitudine, aggiungo io.

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È successo a Ramberg, isole Lofoten, Norvegia, agosto 2015. Per forza. Dietro la montagna abbiamo trovato Formentera in versione nordica. Guardare foto per credere. Un chilometro di sabbia bianca, tipo borotalco. Deserta. A un certo punto c’eravamo solo noi, i gabbiani e il sole incandescente della Scandinavia a tentarci. E noi, ehm, il baby, ha ceduto.

 

Ora, still on the road.

 

 

Lofoten day 1 #Bmwstories

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E quindi siamo arrivati alle Lofoten. L’unica espressione che trovo per definire queste isole impressionanti sopra al Circolo Polare Artico è: speechless, così lo capite bene tutti a qualunque latitudine. Tu le vedi e poi ti commuovi. No, non muori, desideri solo rimanerci per il resto dei tuoi giorni. Magia allo stato primordiale. Fine.

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E questa è la vista dalla nostra rorbu.

Sono ancora in questo stato: stregata dall’incantesimo dei troll. Con i gabbiani che mi strillano nelle orecchie e gli stoccafissi appesi ovunque. Sto poco bene. Sono stordita dalla bellezza di queste isole. Dunque, vi posto un po’ di foto per rendere l’idea. Voilà.

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Vista n°2 dalla sala da pranzo.

 

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Norvegia on the road day 2 #Bmw Stories

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Questa mattina non mi sembrava neanche di stare in Norvegia. La temperatura superava i 25 e l’acqua che ci circondava era di un azzurro/verde così intenso che ricordava addirittura la Thailandia. O il Vietnam quando si traveste da Svizzera. Quindi ero qui, sotto il Circolo Polare Artico, ma avrei potuto essere in un qualunque magnifico posto della terra. E mi sono commossa. Anche la Berenice, per la verità.

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In giro truppe di motociclisti e camperisti tedeschi e italiani spuntano nei luoghi più panoramici del viaggio. Qui i panettoni dai fianchi dolci, ricoperti di monumentali abeti, si alternano a laghi e laghetti, cascate e cime di montagne improvvisamente imbiancate.

Abbiamo provato l’acqua: temevo peggio, in realtà non è così gelida come appare nella sua perfetta limpidezza. Infatti abbiamo beccato un’altra famiglia di biondi che si tuffava nel lago. E, più in là, una coppia di Bologna che gira la Scandinavia da due mesi. Sono appassionati di pesca e hanno riempito il congelatore del camper di sgombri e halibut. Mai incontrata una donna pescatrice così fissata con granchi giganti, trote, balene. Dice che il Nord è ancora meglio, di sbrigarsi a salire che la luce sta finendo.

Quindi, via da qui. Saliamo. E sì, finalmente troviamo la neve. O meglio, quel che rimane della neve. Non resisto. Scendo dalla Bmw Grand Tourer per toccarne un po’. La consistenza è uguale a quella che ricopre le Alpi, ma va? Chissà che cosa mi aspettavo. Vabbè.

E all’improvviso si scende verso Geirangerfjorden, il fiordo censito dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità e ci credo. Dietro a ogni tornante a gomito si scorge acqua, ancora. La strada è stata scolpita nella montagna, in alcuni tratti sostenuta da muri di pietra. Vai giù e ti pare di fare freeclimbing con l’automobile, ciao Trollstigen.

Le fattorie rosse resistono aggrappate ai fianchi dei monti e le cascate hanno nomi che ricordano film degli anni Cinquanta: le Sette Sorelle, il Velo della Sposa, il Pretendente. Finche non arriviamo in un punto in cui potrei morire. Sul precipizio del fiordo verde/blu hanno costruito una piattaforma in bilico sul nulla e la gente si appoggia ai fili metallici che ne delimitano lo spazio, sorridono e si fanno fotografare con le navi da crociera sullo sfondo. Clic, clic, clic.

Ancora un traghetto e siamo ad Ålesund, evviva. È un grazioso paesino intorno al solito porticciolo e molti norvegesi ogni giorno ringraziano l’incendio del 1904 che lo distrusse completamente. Sì, perché poi in due anni appena lo hanno ricostruito in stile Art Nouveau e guarda che bello. Ora. Intanto l’hanno reiterpretata a modo loro e infatti qui si chiama Jugendstil. Secondo. Qualcuno mi deve spiegare perché in ogni angolo trovi una statuetta che ritrae genericamente un fratello e una sorella, un pescatore, una donna che lavora, un uomo con un cappello antipioggia gigante. Veramente.

Anche se il grande interrogativo resta un altro: ma perché non si riesce a mangiare niente di decente, in questo paese? Perché con tutto il pesce che riescono a tirar su dal Mare del Nord e dal Baltico nessuno ha ancora insegnato loro a cucinarlo comme il faut?