Ogni Trollbeads è una favola

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La prima volta che sono diventata madre ho pianto & singhiozzato. Disperatamente: ero convinta di morire, con un cesareo; che me ne sarei andata via così senza neanche combattere dopo solo 12 ore di travaglio. Poi ho visto la Berenice e ho capito che da lì in poi la mia vita sarebbe stata tutta rosa fuchias, come diceva lei.
Al secondo figlio (e relativo cesareo) non sono riuscita a camminare per un mese. E pensavo di aver terminato tutte le mie lacrime con Vittorio.

Invece, ogni volta che mi nominano la parola “parto” e un neonato fa nghè me ne scende una in automatico e mi riga la guancia. Giuro. Ovvio che oggi quando Trollbeads mi ha consegnato il bead maternità mi sia commossa. Era il minimo e ogni mamma sa esattamente perché, vero Jessica from Miami?

Ogni bead è una tappa del viaggio
Ogni bead è una tappa del viaggio

Comunque. Il 7 agosto, giorno dell’ottavo compleanno della Bambola, comincia l’avventura. E Trollbeads, il fiabesco marchio di gioielli danese, ci ha aiutato a comporre il viaggio che ci porterà fino a Capo Nord. Ogni giorno avremo un bead su cui favoleggiare e immaginare una, nessuna o centomila storie da raccontare in Scandinavia. Il primo è appunto il bead Maternità, da cui il cappello introduttivo lacrimoso. Scusate e Thank You.

Per ora è tutto una sorpresa. Per la B, intendo. Ok, qualcosa le ho accennato solo non sa che anche lei avrà il suo mini bracciale da mettere insieme. Più piccolo, rosino e pieno di cose magiche (il fiocco di neve, il diamante rosa, Pollicina+ il Brutto Anatroccolo). Tak Hans Christian Andersen.

 

Ogni bead è una favola
Ogni bead è una favola

Notizia di servizio. Qui da Trollbeads se arricchisci il tuo bracciale di bead e, a un certo punto, diventa troppo stretto, te lo sostituiscono con uno della misura adeguata. Gratuitamente.

Non solo. I beads di vetro, in teoria, portano in dote una garanzia a vita. Sì, perché per realizzarne ognuno gli artigiani danesi usano il vetro di Murano (il migliore e più resistente e scenografico del mondo) che grazie alla tecninca dell’avvolgimento diventa infrangibile. Quindi, se un bead si spezza, significa che aveva un difetto originale e basta andare in negozio per averne un altro uguale e perfetto (a Milano è in via Pontaccio 3/5 e le ragazze sono molto carine, gentili e vorreste subito sposarne una o trasformarla nella vostra nuova BFF).

Devo solo accertarmi che quando arriveremo a Lalandia, il parco acquatico di Billund, Danimarca, la B accetti di separarsi dal suo bracciale col il primo e unico bead: per i Trollbeads il cloro è come la criptonite per Superman. Riuscirò a convincerla? Intanto, nessuno le dica niente. Rimanga tutto tra noi. Ssssh.

 

 

Grazie Ecco. O del perché le scarpe più comode del mondo ci amano

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Le nostre scarpe ecco tutte in fila

Cioè, ho fatto male i conti e mancano meno giorni di quelli che avevo previsto. Gioia e gaudio. Anche se questa è una delle innumerevoli prove che ora documenta anche su Internet la mia scarsissima propensione a usare (eventualmente) i numeri, anziché le parole, per vivere.

Quindi ieri ho fatto le valigie di fretta e di furia e oggi le ho consegnate al signore che le spedirà a Billund, Copenaghen. Con una bacchetta magica blu splendente che ha stampato sopra la scritta #BMWstories.

Prima però ho messo insieme le scarpe più comode del mondo, le ho tolte dalle loro scatole e le ho assegnate ad adulti e bambini. Un paio di Ecco per Berenice, un paio a Vittorio (che la prima volta che le ha provate non voleva più togliersele), due a me e tre a Germano, quando si dice la fortuna.

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Sì, perché è veuto fuori che siamo degli “influencer”, insomma. E non ridete. Cercavano blogger (!) a cui far provare in anteprima la ECCO INTRINSIC, ma del mio numero ero finite. Così toccherà a Germano testarle in Danimarca, Norvegia, Svezia e forse anche Finlandia. Sono le nuove sneaker del marchio danese del comfort e usciranno a novembre. E secondo me sono meravigliose. Non solo perché il design è di un minimalismo iconico, ma anche perché sono leggere e incredibilmente tecnologiche. Per dire. Oltre ad essere nere, hanno la suola a iniezione diretta, che cioè procede a zig-zag sotto la pianta del piede e ti sembra di camminare su un materassino di piume.

Ma lui non le ha ancora provate fino a Capo Nord, neh. Io però sono molto invidiosa perché le trovo eleganti, perfino. Ah, fossi stata almeno alta un metro e 80 e avessi avuto il 43 di piede. Invece, dopo due figli e 21 chili in più per cadauno (li ho smaltiti, tranquilli), il mio 37 si è trasformato “solo” in un abbondante 38. Capita.

Vorrei essere qui: in Norvegia

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vista da the Juvet Hotel

«Torni in Norvegia, giusto?»
«Sì, è quasi un mese che lo dico e lo scrivo»
«Ok, allora prima devi fiondarti al cinema a vedere Ex Machina: il film è una specie di sci-fi, ma bello».
«È che a me quel genere lì non fa impazzire».
«Vabbè, comunque il film è bello, l’ha scritto quello di The Beach con Di Caprio. Ed è ambientato in un hotel favoloso, metafisico, fichissimo. In Norvegia».
«Ok, ora esco da whatsapp e lo cerco».

Conversazione con Sara, of course. Che è un’appassionata di polizieschi, thriller e film de paura. Sì, è la mia miglior amica. E per l’ennesima volta in vita mia mi ha ricordato che, tra qualche anno, probabilmente soffrirò di un anticipo di Alzheimer.
Già, perché questo film di Alex Garland (l’autore inglese di The Beach che per la prima volta scrive una sceneggiatura per il cinema da zero) non solo sapevo che sarebbe uscito il 30 luglio in Italia, ma avevo pure passato e titolato il servizio che lo presentava su GQ. E l’avevo completamente rimosso. Ma si può?

Comunque, lì nessuno faceva cenno al Juvet Hotel, in effetti. Sono andata a spiare il sito e ho scoperto che gli architetti Jensen & Skodvin volevano tirar su dal niente, dalla fiabesca campagna norvegese, il primo “landscape hotel” d’Europa. Cioè un albergo che si annulla nel paesaggio che lo circonda. Praticamente 7 piccoli cubi/palafitta di vetro che si affacciano sul fiume, la vallata e tutta la magia che compare nel bosco a 90 minuti da Ålesund, Norvegia nord occidentale.

E c’è anche una sauna. La prima sensazione che provi quando entri nella tua stanza? Senti la necessità di spogliarti all’istante per abbracciare la natura che ti circonda. Veramente.

Chissà che festa sarebbe per la Berenice. E Vittorio impazzirebbe. Mah, quasi quasi ci vado. Che dite?

PS: nel frattempo mi faccio una barretta di liquirizia Panda che è made in Finland: forse facciamo una deviazione a Rovaniemi, Lapponia, evviva.
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Vorrei disegnare svedese: così

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Se tutto andasse male e non riuscissi più a vivere delle mie parole so che cosa vorrei esattamente fare: usare le mani. Sì, per dipingere. Decorare. Creare. E accarezzare. Così mi preparo. Oggi per esempio, momento Frida Kahlo. Ho trasformato un’orribile scatola di legno bordeaux in un magnifico forziere a righe bianche e fucsia che conterrà il regalo della Berenice.

Considerato che era la prima volta, ammetto che mi sia venuto piuttosto bene. Poi, visto che ieri Miss J mi ha chiesto un pezzo sui marchi scandinavi per il baby, ho ricominciato a lavorare. E m’è venuta voglia di fare shopping, ma va?

Sono capitata qui e ho scoperto Mini Rodini, praticamente il sogno a colori di Cassandra Rodhin, giovane illustratrice di Stoccolma nipote di Rodini, il re del circo.

Tutto quello che disegna va su t-shirt, leggins, vestitini, pantaloni e felpe che appena li vedi capisci perché sta avendo un successo internazionale sbalorditivo: ha trovato il modo di dare forma alla convinzione dei bambini che credono tutto sia possibile e fiabesco. E ha creato per loro un marchio d’abbigliamento da 0 a 11 anni. Io sono incerta se comprare una maglietta coi delfini ciccioni rosa o un vestito con le orche assassine  blu per la B. Che dite? Venerdì compie 8 anni, ve l’ho già detto? Li festeggeremo in volo, questa volta. Ma voi non ditele niente, eh.